Simone Berruto, è entrato in «Mutti», storica azienda di Parma attiva nella lavorazione del pomodoro, col ruolo di corporate communication specialist. Segue le relazioni esterne, la comunicazione interna e l’organizzazione degli eventi corporate.
In un contesto in cui la cucina italiana viene riconosciuta come patrimonio UNESCO, come interpreta Mutti il proprio ruolo di ambasciatore del made in Italy nel mondo e quali responsabilità comporta rappresentare un simbolo così identitario della nostra cultura alimentare?
«Quando si parla di cucina italiana come patrimonio UNESCO, per noi non è solo un riconoscimento simbolico: è una chiamata alla responsabilità. Mutti si trova in una posizione particolare, perché il pomodoro è uno degli ingredienti più iconici della nostra cucina. Questo significa che quando entriamo in una cucina, in Italia o all’estero, non stiamo semplicemente portando un prodotto, ma un’idea di cucina italiana. Ed è qui che entra in gioco quello che per noi è sempre più centrale: la responsabilità narrativa. Non basta esportare qualità – bisogna raccontare cosa quella qualità significa. Significa stagionalità, rispetto della materia prima, semplicità fatta bene, filiera corta, rapporto diretto con la terra. L’internazionalizzazione, quindi, non è mai stata per noi una semplice espansione commerciale. È un lavoro di traduzione culturale: far capire cosa c’è dietro un pomodoro italiano, perché ha quel sapore, perché certe scelte contano. In questo senso Mutti non si percepisce solo come un’azienda industriale, ma come un brand culturale. Un soggetto che contribuisce a definire – e a difendere – l’immaginario della cucina italiana nel mondo. E questo comporta una responsabilità precisa: evitare scorciatoie, non semplificare troppo, non adattare la qualità al ribasso per inseguire il mercato. Perché quando rappresenti qualcosa di così identitario, ogni scelta racconta una storia. E quella storia deve essere coerente con ciò che la cucina italiana è davvero».
Come affronta Mutti il tema della sostenibilità, sia ambientale sia sociale, lungo tutta la filiera del pomodoro, e quali sono oggi le principali sfide nel coniugare competitività, impatto e responsabilità?
«Per Mutti la sostenibilità non è mai stata un capitolo separato, ma qualcosa che nasce dentro il modo in cui lavoriamo, soprattutto nel rapporto con gli agricoltori. La nostra filiera è il punto di partenza: lavoriamo da sempre a stretto contatto con i produttori, costruendo relazioni di lungo periodo e premiando la qualità. Questo significa anche assumersi una responsabilità condivisa su temi come l’uso dell’acqua, la gestione del suolo, le condizioni di lavoro. Negli ultimi anni abbiamo strutturato questo approccio dentro una strategia ESG più definita, ma il principio resta lo stesso: prima le azioni, poi le parole. Un aspetto su cui stiamo insistendo molto è la misurabilità. Non basta fare iniziative, bisogna capire che impatto generano. Per questo lavoriamo su indicatori concreti, dal miglioramento delle pratiche agricole ai risultati sul clima aziendale. Sono segnali diversi, ma tutti parlano della stessa cosa: quanto quello che diciamo si traduce davvero in pratica. La sfida oggi è tenere insieme tre dimensioni che spesso entrano in tensione: competitività, impatto e responsabilità. Il rischio è sempre quello di semplificare o sacrificare qualcosa. La nostra posizione è che la qualità, anche etica, non sia un costo da comprimere ma un elemento distintivo. Non è la strada più facile, ma è l’unica che nel lungo periodo tiene insieme il valore del prodotto, la credibilità del brand e il rispetto per il territorio da cui tutto parte».










