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Sicurezza e diritti dei cittadini, Bonini: «Unico modo per proteggere tutti»

È questa la tesi al centro di “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica” (Feltrinelli), scritto da Bonini e Franco Gabrielli

Sicurezza e diritti dei cittadini, Bonini: «Unico modo per proteggere tutti»
Bonini Carlo, De Cataldo Giancarlo © 2013 Giliola CHISTE

La sicurezza come condizione per l’esercizio dei diritti e non come loro limitazione. È questa la tesi al centro di “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica” (Feltrinelli), il libro scritto dal giornalista Carlo Bonini e dal l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, presentato mercoledì scorso nel Chiostro del Convitto Palmieri nell’ambito del festival «Nel frattempo – Convers azioni sul futuro», promosso dall’associazione Diffondiamo idee di valore insieme all’Accademia della Carità. Ne abbiamo parlato con Carlo Bonini.

Nel libro sostenete che contrapporre sicurezza e libertà è una falsa alternativa. Cosa caratterizza la vostra idea di sicurezza democratica?

«Partiamo da un dato sotto gli occhi di tutti: il modello securitario ha fallito. Oggi nessuno può dire di sentirsi piùsicuro di cinqueanni fae nessuno puòsostenere cheil tema delle migrazioni sia stato risolto, nonostante le promesse di chi parlava di blocco dei flussi, di respingimenti automatici e di chiusura dei confini. Da questo fallimento nasce la nostra riflessione. Sicurezza e libertà non sono termini opposti, ma fanno partedella stessaequazione. La sicurezza è la precondizioneche rendepossibilel’esercizio dei diritti. È un principio che appartiene a due secoli di civiltà giuridica. Pensiamo, per esempio, alla diffusione delle armi: nessuno può sostenere seriamente cheuna comunitàarmatasia più sicura di una comunità disarmata.Così comeunalegittima difesa senza limiti aumenta il rischio che ciascuno finisca per farsi giustizia da sé». Riconoscete anche una responsabilità della sinistra per aver abbandonatoil temadellasicurezza.

Quanto hapesato questo vuoto nel successo della narraCarlo Bonini coautore con Franco Gabrielli di «Contro la paura» zione securitaria della destra?

«Ha pesato moltissimo, direi in modo decisivo. Ho visto questa trasformazione negli anni. Quando la sinistra ha scelto di non presidiare più quel punto centrale del dibattito pubblico, ha lasciato campo libero alla narrazione della destra. Ma non solo. Sono progressivamente venuti meno anche gli anticorpi della società. A forza di ripetere che alcune categorie di persone – migranti, minoranze, soggetti considerati diversi sono portatrici di diritti attenuati, una parte dell’opinio ne pubblica ha finito per convincersene. E quando non si governa davvero un fenomeno complesso come quello migratorio, si finisce per far credere che l’unica risposta possibile sia respingere o confinare lepersone altrove. Prima la sinistra tornerà a presidiare questo terreno, meglio sarà per la qualità della nostra democrazia».

Sul rapporto tra percezione e realtà dell’insicurezza, come si evita che il richiamo ai dati venga vissuto come una sottovalutazione delle paure dei cittadini?

«Nel libro diciamo che bisogna avere uno “sguardo strabico”. Dauna parteservono i dati, ma bisogna anchespiegare come quei dati vengono costruiti. Le statistiche sui reati, per esempio,non coincidonosempre conifenomeni reali perché molti episodi non vengono denunciati. Dal l’altra parte, però, bisognaprendere sulserio lapercezione dei cittadini. Se un intero quartiere si sente insicuro, non possiamo liquidare quel sentimento come un ’illusione. Significa che qualcosa non funziona e che bisogna dare risposte concrete. A voltepossonoessere interventi semplici: migliorare l’illuminazione, ripensare gli spazi pubblici, rafforzare la presenza delle istituzioni.Se oggiuna largamaggioranzadegli italiani modifica le proprie abitudini per paura, quella paura va affrontata con politiche serie, non con slogan». Dedicate anche ampio spazio anche all’uso proporzionato della forza da parte delle forze dell’ordine.

Come si costruisce un equilibrio che tuteli contemporaneamente cittadini e operatori di polizia?

«L’equilibrio nasce innanzitutto da una cultura della legalità più forte dentro le stesse forze dell’ordine. Questo significa migliore formazione, catene di comando trasparenti, tracciabilità delle decisioni e degli interventi. Significa anche introdurre strumenti come i codici identificativi per i reparti mobili impegnati nell’ordine pubblico. Tutto questo tutela sia i cittadini sia gli operatori. Il punto decisivo è superare il pregiudizio secondo cui chi indossa una divisa sarebbe diverso dagli altri cittadini. Le forze dell’ordine fanno parte della comunità e per questo il rapporto di fiducia si ricostruisce attraverso trasparenza e responsabilità, non chiedendo da che parte si stia. È una domanda sbagliata, perché finisce soltanto per dividere una comunità che dovrebbe invece riconoscersi nelle stesse regole». Nelle conclusioni proponete una «rieducazione responsabile alla realtà».

È ancora possibile costruire uno spazio pubblico condiviso fondato sui fatti?

«Devo credere che sia possibile, perché l’alternativa sarebbe consegnarsi a unfuturo molto buio. Ma questo richiedeil ripristinodelprincipio di responsabilità. Vale per il giornalismo, che deve mettere i cittadini nelle condizioni di scegliere liberamente grazie a un’in fo rm azione fondata sui fatti, e vale perlapolitica. Nonpensoalla responsabilità penale, ma aquella pubblica: chi promette e non mantiene, chi sbaglia gravemente nell’eserciziodelle propriefunzioni,deve rispondernedavanti ai cittadini. Oggi abbiamo la sensazione che nessuno paghi mai per i propri errori. Se aggiungiamo la frammentazione della comunicazione ne ll’ecosistema digitale, comprendiamo perché il dibattito pubblico sia così fragile. Recuperare uno spazio comune è possibile, ma il tempo si sta riducendo».