Portare Kafka in scena oggi significa misurarsi con un presente che sembra averlo raggiunto. Giorgio Pasotti lo fa in Racconti disumani, diretto da Alessandro Gassmann, in scena mercoledì al Teatro Vignola di Polignano a Mare e giovedì al Teatro Curci di Barletta. Due testi – Una relazione per un’Accademia e La tana – che, a partire da figure animali, mettono a fuoco questioni profondamente contemporanee: l’adattamento come forma di sopravvivenza, la progressiva disumanizzazione, il bisogno di costruire un rifugio contro un esterno percepito come minaccia. Una prova attoriale solitaria che restituisce la radicalità di Kafka senza attenuarne la durezza.
Pasotti, in «Una relazione per un’Accademia» l’adattamento appare come una strategia di sopravvivenza. Quanto le sembra una chiave ancora attuale per leggere il presente?
«La voce dei grandi autori risuona sempre attuale, perché qualcosa ti suggeriscono sempre. In questo caso Kafka ci restituisce uno spaccato di vita talmente attuale da essere quasi sconvolgente. Oggi, per rimanere umani, bisogna disumanizzarsi – e perdoni il gioco di parole, ma è proprio questo il punto. Viviamo in una società che ci spinge a livelli estremi di competitività e sopravvivenza, in tutti gli ambiti, e così vengono meno moralità e valori. Abbiamo perso la bussola. Ci stiamo disumanizzando: e non so se questo significhi una retrocessione o un’evoluzione».
Kafka mette in scena animali che diventano uomini e uomini già disumanizzati. Lavorando su questi testi, ha avuto più paura dell’uomo o dell’animale?
«Ho assolutamente terrore dell’uomo. Mi fa paura, perché ha raggiunto un livello di follia evidente: basta guardare i telegiornali. Non ci sono più esempi virtuosi, né ai vertici né nei livelli più semplici della società. Assistiamo a episodi sconvolgenti, anche tra i più giovani. È difficile trovare un barlume di qualcosa di positivo in questo momento storico. Io non ho risposte, né soluzioni: posso solo fare il mio lavoro di attore, riportando in scena le parole di questi geni. E provare a instillare un dubbio, una riflessione nelle menti e nei cuori degli spettatori».
Dietro lo spettacolo sembra esserci anche una critica feroce all’adattamento sociale. Oggi quanto siamo disposti a imitare pur di sentirci accettati?
«È una domanda che molti genitori si fanno. I ragazzi, per essere accettati, scendono a compromessi anche molto pericolosi. Ma lo fanno perché gli esempi che ricevono sono poco virtuosi: lo si vede nello sport, nella società, nel lavoro. Oggi sembra che l’unico modo per essere accettati sia adattarsi a un certo modo di vivere. E invece bisognerebbe opporsi. Come? Attraverso la cultura, che per me resta un’isola felice: uno spazio di riflessione, di comprensione di ciò che accade. Kafka, con la sua ferocia, può aiutarci a sollevare queste domande».
Lo spettacolo poi vira sulla paura: quella di non essere abbastanza, di non essere al sicuro, di non essere davvero liberi. Qual è, secondo lei, la paura più contemporanea?
«Nel secondo testo, La tana, Kafka parla proprio di questo. Durante la pandemia ci siamo chiusi in casa pensando che quelle quattro mura potessero proteggerci. Ma quella protezione si è trasformata in autocensura, in una forma di autoreclusione. Ci siamo isolati, quando invece avremmo bisogno di confronto, di relazione. La condivisione – anche solo di un’emozione – può essere una risposta alle paure diffuse della società».
Da genitore, qual è la sua paura più grande oggi?
«Ne ho diverse. Essere genitori oggi è un atto quasi eroico. È una società molto diversa da quella in cui sono cresciuto: più pericolosa, e soprattutto una società che ha tolto ai ragazzi la capacità di sognare. E una società senza sogni è una società che muore. La tecnologia dà l’illusione di essere al centro di qualcosa, ma in realtà spinge all’isolamento. E poi c’è il mondo fuori: il lavoro che manca, la difficoltà di costruirsi un futuro. Tutto questo ricade sui più fragili, sui più giovani. Bisognerebbe fermarsi e riflettere davvero».
Con Alessandro Gassmann avete costruito uno spettacolo che portate in scena da anni. Com’è stato questo percorso insieme?
«È un lavoro di cui siamo molto fieri. Nasce anche da un’eredità importante: questi testi erano un cavallo di battaglia di Vittorio Gassmann. Trovo che da parte di Alessandro sia stato un gesto molto coraggioso confrontarsi con quel materiale, da regista. È stato un viaggio bellissimo».
Che rapporto si è creato con lui?
«Alessandro è una persona splendida e un regista teatrale meraviglioso. Si vede che è cresciuto a pane e teatro. Per me è stata anche una scoperta: non avevamo mai lavorato insieme, pur conoscendoci da anni. È uno di quei registi che ti spingono fuori dalla tua zona di comfort, anche dopo tanti anni di carriera. Ti porta a fare cose che pensavi di non saper fare. È stata un’esperienza molto stimolante, che spero di ripetere».
C’è un ricordo particolare che lega questo lavoro alla figura di Vittorio Gassmann?
«Per Alessandro questo testo è stato sempre molto importante, perché lo ha visto interpretare dal padre per anni. E la cosa curiosa è che lui ha voluto lavorare su una recitazione molto diversa, più fisica rispetto a quella di Vittorio. Mi raccontava spesso quegli aneddoti. Per molto tempo non ha voluto mettere in scena Kafka proprio per rispetto. Poi abbiamo scoperto di avere entrambi una passione per Kafka, maturata negli anni – dopo averlo magari anche “odiato” a scuola. Quando mi ha proposto il progetto ho pensato che fosse qualcosa di meraviglioso: portare in scena un autore così complesso. E alla fine ci siamo anche divertiti molto. È uno spettacolo che portiamo in giro da due anni e che ha avuto un successo incredibile».









