Si inciampa in qualcosa di osceno ne “Il giornalista e l’assassino” (Adelphi, nella traduzione di Enzo d’Antonio), ma non nel senso morale. Osceno come una stanza troppo illuminata, in cui si vedono cose che di solito restano in penombra.
Janet Malcolm accende una luce sul giornalismo e la lascia accesa. Dopo, diventa difficile guardare un’intervista con innocenza. All’inizio si pensa di leggere la storia di un processo: Jeffrey MacDonald, accusato di aver ucciso la moglie e le figlie; Joe McGinniss, lo scrittore che gli si avvicina, lo ascolta, lo frequenta, si guadagna la sua fiducia. Gli promette poco, gli fa credere molto. Poi scrive un libro in cui quella fiducia viene convertita in prova d’accusa. A disturbare è la semplicità del meccanismo. Era tutto lì, fin dall’inizio, solo che nessuno voleva vederlo.
Il patto e il tradimento
Malcolm espone una dinamica. Il giornalista seduce. Più che con il fascino, con l’attenzione. Ascolta, annuisce, crea uno spazio in cui l’altro si sente capito. È una forma di intimità rapida, quasi artificiale. Chi parla finisce per credere che quella intimità abbia un valore reciproco. A guardarlo bene, ha un valore funzionale. Serve a ottenere materiale.
La parola giusta – che il libro sfiora senza mai dichiararla fino in fondo – è sfruttamento. Non solo economico. Esistenziale. Il soggetto offre la propria storia, spesso anche le proprie fragilità, convinto di partecipare a qualcosa.
Il giornalista costruisce un oggetto che gli appartiene. Quando quell’oggetto prende forma, il soggetto si riconosce e insieme si perde. È in quel punto che nasce il risentimento. Non per una falsità, ma per lo scarto. McGinniss diventa il caso esemplare, quasi didattico, da vetrina. Frequenta MacDonald mentre già lo considera colpevole.
Gli scrive lettere affettuose, lo rassicura, lo incoraggia. Intanto prende appunti, accumula dettagli, costruisce una narrazione che lo porterà nella direzione opposta. Qui non c’è doppiezza psicologica, c’è coerenza professionale. La verità, per lui, coincide con il libro che sta scrivendo. Tutto il resto diventa mezzo. È qui che Malcolm compie il movimento più inquietante: sottrae McGinniss alla categoria del colpevole. Lo inserisce in una pratica. Chiunque bazzichi questo mestiere riconosce i passaggi: l’avvicinamento, la complicità, la distanza finale. Cambiano le intenzioni, cambiano i risultati, la struttura resta. Il giornalista entra nella vita degli altri senza appartenervi, e ne esce portando via qualcosa. A un certo punto compare l’esperimento di Milgram.
Una situazione costruita, un’adesione volontaria, una rivelazione che ribalta tutto. I soggetti di Milgram scoprono di aver inflitto dolore. Qui scoprono di essere stati trasformati. Il meccanismo è lo stesso: qualcuno organizza la scena, qualcun altro accetta di entrarci, il senso emerge alla fine, quando è troppo tardi per tirarsi indietro. La parte più scomoda del libro riguarda chi legge, e soprattutto chi scrive.
La tentazione è pensare a una distanza giusta, a una trasparenza sufficiente a evitare il tradimento. Malcolm non concede questa via di uscita. Scrivere sugli altri implica sempre una scelta, e ogni scelta comporta una perdita per qualcuno. Il testo che nasce da quell’incontro non coincide mai con l’esperienza condivisa. Diventa un’altra cosa. Più ordinata, più leggibile, più utile.
Resta una scena, tra le molte, che continua a lavorare sotto traccia. McGinniss che riceve lettere da MacDonald, dense di affetto, di fiducia, di bisogno. Le legge mentre già pensa a come usarle. Non c’è cinismo evidente, non c’è compiacimento. Solo una specie di freddezza operativa. È quella che Malcolm isola, osserva, restituisce senza commento.
Un killer che osserva la routine del suo bersaglio, prima di sparare. Il punto non è giudicare, ma vedere. Dopo, diventa difficile raccontare qualcuno senza sentire il rumore di fondo di questo libro. Non è rimorso, ma qualcosa di più preciso. Una consapevolezza. Ogni storia presa in prestito ha un costo. E non sempre lo paga chi scrive.









