Alcuni film sembrano fatti per restare, come certi amori giovanili: li rivedi dopo anni e ti accorgi che qualcosa di loro è rimasto con te. C’eravamo tanto amati è uno di quelli. A dieci anni dalla morte di Ettore Scola, il suo ricordo si confonde con quello di Antonio, Gianni, Nicola e Luciana, quattro nomi che non sono solo personaggi, ma ricordi condivisi, tracce di un tempo in cui credevamo che l’amicizia e l’amore potessero bastare a cambiare il mondo. Siamo nel 1974 e Scola racconta trent’anni di Italia attraverso il volto di una generazione che ha sognato, combattuto, riso e si è persa. Tre amici si conoscono nella Resistenza, giovani, appassionati, pieni di ideali e di voglia di giustizia.
Antonio (Nino Manfredi), Gianni (Vittorio Gassman) e Nicola (Stefano Satta Flores) si promettono lealtà, come fratelli. Ma la Storia non mantiene quasi mai le sue promesse. Le loro strade si separano, e ognuno prende una direzione diversa: Antonio torna alla sua vita semplice, fa il portantino in ospedale, resta idealista irriducibile; Gianni studia legge, si lascia sedurre dalla Roma del cemento e delle scorciatoie, abbandonando gli ideali per il benessere; Nicola, professore e cinefilo, cerca di restare fedele alla cultura e alla memoria, ma finisce risucchiato da un mondo che non ha più spazio per gli idealisti.
L’amore che non si dice
Nel mezzo, come una scintilla che illumina e brucia, c’è Luciana, interpretata da una giovane Stefania Sandrelli. Attrice mancata, ragazza che sogna un palcoscenico ma finisce per fare la maschera in un cinema. Luciana è amata da tutti e tre, ma non appartiene a nessuno. Antonio, con la sua goffa dolcezza, le offre un amore sincero, ma inascoltato. Con Gianni vive un amore vero, libero, fatto di passeggiate in bicicletta e promesse sussurrate che il tempo divorerà.
Nicola la rincorre, ma forse è troppo occupato a rincorrere se stesso. Luciana incarna il rimpianto di una generazione intera: la donna che avremmo voluto tenere stretta, ma che abbiamo lasciato andare inseguendo altro. E quando alla fine torna, non è più la stessa. E a conti fatti, non lo siamo nemmeno noi. Come accade spesso nei film di Scola, non ci sono buoni o cattivi. Solo esseri umani in lotta con il tempo, con le occasioni mancate, con la memoria. Nessuno ha torto, nessuno ha del tutto ragione.
Rimpianti, ferite, disincanti
Il film è un mosaico di rimpianti. Rimpianti politici, come quelli di chi ha visto svanire gli ideali della Resistenza nel cinismo degli anni Sessanta. Rimpianti sentimentali, come quelli che separano chi si è amato ma non ha trovato il coraggio di restare insieme. Rimpianti umani, di chi si guarda allo specchio e fatica a riconoscersi. Antonio resta fedele a se stesso e alla sua ingenuità, Gianni si arricchisce ma si scopre vuoto, Nicola difende la cultura ma si perde per strada. E Luciana, con il suo sguardo disilluso, cammina accanto a loro senza più aspettare nulla. Scola racconta tutto questo con leggerezza e pudore. Mischia commedia e tragedia, come nella vita.
Ci si ride, certo, ma si ride con un nodo in gola. Celebri sono le sequenze in cui il film si fa metacinema: Fellini e Mastroianni sul set della Dolce Vita, De Sica che appare in un filmato d’epoca, i personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore. C’è il bianco e nero dei ricordi e il colore di un presente sbiadito. C’è l’Italia che cambia, che corre, che dimentica. Ma Scola non giudica, osserva con tenerezza. Sorride dei suoi personaggi, ma li ama profondamente. E poi ci sono i dettagli: una canzone alla radio, Piazza di Spagna di notte, una battuta che sembra leggera ma che resta. Piccoli frammenti che si incastrano in una memoria che appartiene a tutti. E ci restituiscono non solo com’eravamo, ma anche cosa abbiamo perduto lungo la strada.
Un film che ci somiglia
C’eravamo tanto amati è la storia di un paese, ma anche di ogni spettatore che si rivede in un’amicizia tradita, in un amore perduto, in una promessa non mantenuta. Non è solo un film sulla memoria: è un film che ricorda come si ricordava, quando si credeva che i ricordi potessero essere una bussola e non un peso. Nella carriera di Ettore Scola è forse il film più personale. Un film-mondo, che attraversa decenni, stili, influenze, ma resta incredibilmente coerente, come una lunga lettera scritta col cuore in mano. Anche per questo fu premiato e amato, in Italia e all’estero.
Perché raccontava qualcosa che apparteneva a tutti, e che forse oggi fatichiamo a riconoscere: la bellezza della disillusione, la dolcezza amara del fallimento condiviso. Guardarlo oggi è come ritrovare una vecchia fotografia in bianco e nero. I volti sono cambiati, la luce è più tenue, ma l’emozione è intatta. E allora ci si chiede, come il titolo suggerisce: C’eravamo tanto amati… e ora? Forse non ci siamo più. Ma almeno abbiamo amato. E questo, oggi come allora, conta ancora moltissimo.










