Il 26 gennaio 2020 Federico Buffa è seduto in una sala del Sundance Film Festival. Otto ore di fuso dall’Italia, un film sullo schermo, il buio rassicurante di una domenica al cinema qualunque. Il telefono si illumina. Un messaggio di Federico Ferri: «Kobe Bryant è morto». Buffa mostra il display al collega seduto accanto. Lui esce dalla sala, torna, non dice nulla. Quel silenzio è la conferma. «Non abbiamo parlato per due giorni», ricorda oggi. «Non eravamo in grado di razionalizzare». Da quella frattura nasce, lentamente, Otto Infinito. Vita e morte di un Mamba, il racconto teatrale in cui Buffa attraversa la parabola di Kobe Bryant come si attraversa una tragedia classica: senza sconti, senza agiografie, cercando l’uomo dietro il simbolo. Lo spettacolo arriverà in Puglia per due date organizzate da Aurora Eventi: lunedì al Palatour di Bitritto e martedì al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi.
Buffa, si ricorda dov’era quando arrivò la notizia della morte di Kobe?
«Ero negli Stati Uniti. Era domenica, stavo guardando un film al Sundance. Seduto accanto a me c’era quello che era il direttore dei media sul sito Nba. Federico Ferri mi scrive: “Kobe Bryant è morto”. Gli faccio vedere il messaggio. Lui esce, torna, non dice una parola: vuol dire che è vero. E noi due non abbiamo praticamente parlato per due giorni. Non eravamo in grado di razionalizzare».
Ne parlò pubblicamente solo più tardi, durante il Covid.
«Sì. Ero in una Sky spettrale, con pochissime persone. Conduce Cristiana Buonamano e mi fa una domanda su Kobe. Io dico: “L’unica cosa che posso dire è che è morto come Gaetano Scirea”. Non muore nell’impatto: muore sapendo — per sette, otto secondi — che morirà carbonizzato. Solo che, a differenza di Scirea, ha l’adorata figlia Gianna di fianco. E poi mi colpisce una frase di Vanessa, sua moglie: “Meglio così, perché nessuno dei due sarebbe sopravvissuto alla morte dell’altro”. Quella frase mi è rimasta addosso».
Quando ha pensato di mettere su questo spettacolo?
«Non avrei mai pensato di farlo. Poi sono a Locarno, a un altro festival di cinema. Un regista mi racconta il suo problema narrativo: un documentario sul dare un nome alle ossa delle fosse comuni di Srebrenica. È troppo profondo, troppo doloroso. E lui sostituisce le parole con la musica. In quel momento penso: questa cosa è fattibile. Esco fuori e su un tovagliolino da bar butto giù la base di quello che diventerà lo spettacolo».
Negli Stati Uniti che clima si respirava dopo la morte di Bryant?
«Tempo sospeso. La vita continua perché deve, però ti sembra che manchi qualcosa. La carriera era finita, quindi non è che “non gioca più”. Però l’assenza era fisica. Io l’ho conosciuto dopo che aveva smesso: si era addolcito, un po’ come Alessandro Del Piero. Me l’ha presentato proprio Del Piero, eravamo a Los Angeles. La parte agonistica era scemata e lui poteva permettersi di essere relazionalmente disponibile. Christopher Ward, suo compagno di scuola a Reggio, mi ha detto che in quel momento Kobe accarezzava l’idea di una carriera politica: fantasticava di diventare Presidente degli Stati Uniti».
Nel suo spettacolo l’infanzia italiana è una chiave narrativa decisiva.
«Non tanto per il campione, quanto per l’uomo. Ha una cultura molto più ampia di quella che avrebbe avuto in un percorso scolastico americano “normale”. Vivere in Italia, andare a scuola in Italia, essere a contatto con città che hanno un centro medievale — Pistoia, per esempio — per un americano è impensabile. Il modo in cui gli insegnano il mondo è completamente diverso. Lui ha sempre tesaurizzato la parte italiana perché gli ha dato una dimensione differente».
Ma quella differenza, rientrando negli Stati Uniti, diventa anche una frizione identitaria.
«Sì. Si trova davanti il problema opposto: gli afroamericani gli parlano in slang e lui non capisce una parola. Si accorge di non avere un’identità afroamericana. Quando prova a “reppare”, le parole che usa sono parole d’amore, love songs. Gli dicono: “Sono molto belle, ma tu non puoi reppare così: devi parlare della strada, della violenza, della conflittualità”. E lui quella cosa non ce l’ha. Capisce che, essendo stato messo al mondo per primeggiare nella sua idea, è il campo il luogo in cui deve esprimersi».
Lei evita l’agiografia e insiste sulle contraddizioni.
«Perché ha ragione il suo allenatore principale: Kobe si è fatto correggere da una persona sola nella vita. Tex Winter dice la frase più corretta: “Kobe ha talmente voglia di vincere che diventa un problema, diventa ingestibile e quindi viene respinto”. Ma nessuno ha mai provato davvero a entrare nella sua testa: tutto quello che fa è finalizzato a vincere».
È eroismo moderno o fragilità?
«Lui è ossessivo-compulsivo, come sono tutti i campioni. Come lo è Federer. La parola chiave è “miglioramento”. L’ossessione a migliorarsi».
Che cosa significa per lei portare lo sport a teatro?
«È successo dal primo giorno: non l’ho scelto io, me l’hanno chiesto. Il teatro è dieci volte più eccitante della televisione: è immediato, ti coinvolge di più, ti dà più possibilità espressiva. Certo, chiedi a un pubblico che non è teatrale in senso stretto: è un pubblico dello sport che accetta di andare a teatro. Questo spettacolo è una messa cantata: la gente conosce la storia, e se la fa raccontare. Siamo in un contesto quasi metateatrale».
Si potrebbe definire Kobe un eroe tragico contemporaneo?
«Lo è. Perché ha tutti i topoi della tragedia greca. C’è tutto quello che serve per “venderlo” come un eroe tragico. Ha un innato desiderio di mortalità, comprende che c’è un prezzo da pagare. Non immagina quale, ma accetta di guardarlo».
Che cosa ci ha lasciato Kobe Bryant?
«Tutti parlano della Mamba mentality, ma non ha detto una singola cosa che non fosse stata detta o praticata prima. Per me è più interessante l’uomo: cresciuto in città medievali italiane, con una visione più ampia, costretto a essere separato dal contesto fin dall’inizio. Diciottenne entra in Nba, parla quattro lingue, legge Newsweek, al ristorante cinese non indica col dito: ordina. È una vita di separazione, continua a separarsi dagli altri. Quando si avvicina, muore».










