Un fragile tentativo di distensione in Medio Oriente si è trasformato, nel giro di poche ore, nell’ennesimo e pericolosissimo scontro verbale a distanza tra Iran e Stati Uniti, riaccendendo i venti di guerra globale.
Tutto è nato da un inaspettato videomessaggio trasmesso dalla televisione di Stato iraniana. Il presidente Masoud Pezeshkian ha compiuto un gesto diplomatico senza precedenti, chiedendo formalmente scusa per gli attacchi sferrati in passato dalla Repubblica Islamica contro i Paesi della regione. Pezeshkian ha inoltre annunciato che il Consiglio di leadership provvisorio ha approvato lo stop definitivo a qualsiasi attacco contro gli Stati confinanti, a una condizione essenziale: che lo spazio aereo e i territori dei vicini non vengano utilizzati come basi di lancio per colpire il popolo iraniano.
L’attacco frontale di Trump
Un’apertura alla de-escalation che è stata immediatamente bocciata e ridicolizzata da Washington. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affidato al suo social Truth un messaggio dai toni sprezzanti e trionfalistici: «L’Iran, sconfitto in modo schiacciante, ha chiesto scusa e si è arreso ai suoi vicini, promettendo di non colpirli più. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco degli Stati Uniti e di Israele». Il tycoon non ha risparmiato stoccate durissime: «L’Iran non è più il bullo, ma è invece il “perdente” del Medio Oriente e lo sarà per decenni finché non si arrenderà del tutto o crollerà completamente».
La minaccia di Araghchi
Le parole di Trump hanno scatenato la furiosa reazione dei vertici di Teheran. A replicare a muso duro è stato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ha accusato il presidente americano di aver vanificato l’apertura pacifica dell’Iran fraintendendone la determinazione e le reali capacità militari. «Se Trump cerca l’escalation – ha tuonato Araghchi in una nota ufficiale –, è proprio ciò a cui le nostre potenti forze armate sono preparate da tempo. Ed è esattamente ciò che avrà». Un avvertimento che fa tremare le diplomazie di mezzo mondo e che rischia di infiammare nuovamente il Golfo.









