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Gigafactory, a luglio si parte: il ministro Urso poserà la prima pietra a Brindisi

Importante passo verso l’addio al carbone e la transizione ecologica: investimento di Eni nell’area industriale su circa venti ettari

Gigafactory, a luglio si parte: il ministro Urso poserà la prima pietra a Brindisi

Il deputato di Forza Italia Mauro D’Attis annuncia la posa della prima pietra della gigafactory di Eni il 6 luglio col ministro delle Imprese Adolfo Urso. «Nonostante lo scetticismo di alcuni, il processo di transizione ecologica parte concretamente», dice. «Un passaggio che si aggiunge agli investimenti che si stanno valutando ai sensi della cosiddetta norma D’Attis-Battilocchio. Allo stesso tempo, con il governo stiamo seguendo l’analisi di mercato da parte dell’advisor nominato da Eni-Versalis per la vendita del cracking. Possiamo dire, quindi, che Brindisi sta interpretando il post-carbone: stiamo procedendo alla liquidazione del carbonfossile, ma non abbiamo lasciato morire l’industria e i lavoratori, governando i processi con responsabilità», sostiene D’Attis.

Il progetto

Il polo petrolchimico si trova al centro di una radicale trasformazione industriale, contrassegnata dal delicato passaggio dalla chimica di base tradizionale alla produzione di tecnologie avanzate per l’accumulo energetico. Dopo l’abbandono di LyondellBasell, che a fine anno cesserà la produzione di polipropilene per l’impossibilità di approvvigionarsi di etilene a prezzi competitivi dopo la fermata del cracking di Versalis, si punta sulla Gigafactory per la produzione di batterie al litio col marchio Faam.

Con un investimento complessivo stimato tra i 750 e gli 800 milioni di euro, l’iniziativa si propone di riqualificare un’area di circa 20 ettari all’interno del comprensorio industriale brindisino, puntando a intercettare una quota superiore al 10% del mercato europeo dei sistemi di accumulo.

Dal punto di vista tecnologico, lo stabilimento di Brindisi si specializzerà nella produzione di sistemi completi e celle elettrochimiche basate sulla tecnologia del litio-ferro-fosfato su base acquosa, quindi senza cobalto, che offre significativi vantaggi in termini di sostenibilità ambientale ed etica, riducendo la dipendenza da minerali rari e controversi e garantendo una vita operativa estesa oltre i 2-3mila cicli di carica. Il piano industriale prevede che il sito brindisino operi in stretta sinergia con gli stabilimenti campani di Teverola e si occupi delle attività a maggior valore aggiunto, con una sezione dedicata al riciclo meccanico delle batterie a fine vita, per chiudere il ciclo dei materiali. A regime, l’impianto dovrebbe esprimere una capacità produttiva superiore a 8 GWh annui, generando un impatto occupazionale stimato in circa 1.300 posti di lavoro complessivi, ripartiti tra personale diretto e indotto locale.