Domenica 9 agosto, alle 21, Angelo Mellone sarà protagonista nella Corte «Davide Santorsola» di Palazzo delle Arti Beltrani, a Trani, per l’apertura della sezione «Teatro d’Autore» della decima stagione artistica. Il direttore del Daytime della Rai, giornalista e scrittore, porterà in scena In fin dei conti. Capitoli di una messinscena, racconto teatrale tratto dal libro pubblicato da CartaCanta.
Un viaggio lirico e autobiografico attraverso le storie, le ferite, gli amori e le passioni del Sud, accompagnato dal vivo dalle sonorità jazz di Pierluigi Balducci al contrabbasso, Francesco Pennetta alla batteria, Salvatore Russo alla chitarra, Peppe Fornaro al clarinetto e al sax e Francesco Longo alla fisarmonica. Mellone ci racconta il suo rapporto fra scrittura e televisione, la funzione del servizio pubblico, la propria geografia meridionale e le inquietudini che attraversano l’Italia contemporanea.
Lei dirige il Daytime della Rai, una delle strutture produttive più complesse della televisione italiana, ma in «In fin dei conti» emerge una scrittura profondamente intima, quasi confessionale. Come convivono queste due identità? C’è un punto in cui il dirigente deve tacere perché possa parlare il poeta, oppure sono due modi diversi di raccontare la stessa realtà?
«Il Daytime è la direzione della Rai che gestisce, credo, più ore di messa in onda di tutta l’azienda: migliaia e migliaia ogni anno. Però, se uno mi chiede che mestiere faccio, io rispondo: scrivo. La televisione è scrittura, così come la poesia, la letteratura o una canzone. Il tema della scrittura è al centro della mia attività. Ovviamente, quando hai a che fare con una macchina così complessa, ci sono programmi votati all’attualità e alla cronaca e altri nei quali ci si può permettere di coltivare un maggiore afflato culturale, addirittura poetico. Programmi come Il Provinciale con Federico Quaranta o tanti racconti del territorio che realizziamo hanno un’impostazione, se si vuole, quasi letteraria. In un palinsesto così ampio, distribuito su più canali, hai molta libertà. Sul tema del dirigente dico sempre la stessa cosa: il fatto che io scriva, abbia fatto l’autore, il conduttore o faccia musica è un valore aggiunto. Un conduttore o un capostruttura, quando parla con me, sa che sta parlando con uno che ha fatto anche il suo mestiere. Per quanto qualcuno possa vedermi come una persona poliedrica o persino confusionaria, con tutte le cose che faccio, in realtà per me è sempre lo stesso lavoro: scrivere».
Quanto pesa oggi la responsabilità del servizio pubblico nel costruire un immaginario condiviso? La Rai deve limitarsi a inseguire il pubblico o ha ancora il dovere di educarlo culturalmente, anche correndo qualche rischio?
«Il servizio pubblico ha il dovere di manutenere il nostro immaginario comune, naturalmente all’interno di una logica di mercato editoriale. Ma può permettersi ciò che il mercato da solo non sosterrebbe. È questo il senso del canone: sostenere anche ciò che non avrebbe spazio esclusivamente secondo le regole del mercato. Noi presidiamo luoghi narrativi e racconti dell’Italia che altrimenti non verrebbero frequentati. Il servizio pubblico serve esattamente a questo. L’Italia è un’anomalia positiva: il servizio pubblico copre ancora quasi il 40 per cento del mercato, una quota eccezionale se confrontata con quella degli altri Paesi che hanno un servizio pubblico radiotelevisivo. Inoltre non è mai esistita un’epoca così pluralista, aperta e ricca di effetti culturali come quella che stiamo vivendo oggi».
Lei ha definito il Sud «l’unica vera coordinata dell’anima» e nei suoi libri ritorna continuamente come luogo dell’identità più che della geografia. Oggi, però, il Mezzogiorno sembra oscillare fra retorica nostalgica e narrazione emergenziale. Quale racconto manca ancora del Sud contemporaneo?
«Il Mezzogiorno è pieno e denso di retoriche. C’è quella della nostalgia assoluta, che è incapacitante, come se il Sud fosse un mondo immobile, un fotogramma fisso più che una narrazione. E poi c’è la narrazione emergenziale. Le emergenze esistono, certo: l’emigrazione, alcune sacche di criminalità. Ma ci sono anche altrove; qui, invece, diventano una retorica che ingoia tutto il resto. Il Sud è qualcosa che va insegnato alla meridionalità. Lo dico sempre: esiste sempre un Sud, si è sempre il Sud di qualcun altro. C’è il Sud del Mezzogiorno d’Italia, ma c’è anche il Sud del mondo. La meridionalità è un modo diverso di stare insieme: forse più attento ai ritmi della giornata, meno metropolitano, più legato alla trasmissione fra generazioni. Cerco di spiegarlo anche ai miei figli. Per me il Sud è davvero una coordinata dell’anima. Quando imbocco l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e supero il casello di Salerno mi sento diverso; quando svolto sulla Basentana mi sento a casa. Questa sensazione di casa comprende almeno una parte della Campania, la Lucania, tutta la Puglia e anche un po’ della Calabria. È la mia geografia interiore e la porto dentro di me qualunque cosa faccia. Nel mio monologo Dio del Sud, quattordici anni fa, dicevo: “C’è un momento in cui le radici ti afferrano le gambe e ti trascinano dentro la terra, ricordandoti che qualunque cosa tu faccia, ovunque tu vada, tu sei sempre questo: vieni dal Sud”. È una cosa che mi porto dentro e che cerco di trasmettere anche ai miei figli, che qui non sono nati».
Viviamo nell’epoca dei video di pochi secondi, delle notizie consumate rapidamente e dei social network. Eppure lei porta in teatro un reading poetico accompagnato dal jazz. È una forma di resistenza culturale oppure pensa che il pubblico abbia ancora un bisogno profondo di lentezza e di ascolto?
«Quando scegli di fare teatro, monologhi e jazz sai che non ti stai rivolgendo a un pubblico enorme. Cerco delle mediazioni, perché non faccio spettacoli culturalmente radicali. Facciamo swing italiano e i miei monologhi lasciano spazio all’improvvisazione, parlano del Sud, dell’amore, delle radici, dell’identità. Anche il mio nuovo spettacolo, Ripetizioni d’amore, che debutterà a ottobre, sarà una sorta di lungo monologo-dialogo con il pubblico sul tema dell’amore, accompagnato dalla musica della straordinaria squadra di musicisti che mi segue. È una mediazione. Io vengo da lì, vengo dal jazz. Ma quando sei in un teatro o nella corte di Palazzo Beltrani, a Trani, non pretendi di rivolgerti a un pubblico gigantesco. Cerchi piuttosto di parlare singolarmente con ogni spettatore».
Presentando «In fin dei conti» lei ha parlato delle proprie «ossessioni», spiegando che da esperienze personali possono nascere riflessioni universali. Quando ha deciso di esporre le sue fragilità, come è riuscito a bilanciare autobiografia e creazione letteraria?
«Io mi definisco un uomo risolto. Ho fatto pace con me stesso e credo di avere i piedi ben piantati per terra. Quando non hai problemi di identità o di collocazione esistenziale puoi parlare delle tue fragilità, delle tue mancanze. Mi porto dietro da tutta la vita il fatto di essere rimasto figlio unico, orfano di padre, con una famiglia divisa tra Taranto e Genova. Tutto questo ha condizionato profondamente la mia vita: il rapporto con il Meridione, le difficoltà dell’essere padre, quelle che ho avuto con il concetto stesso di amore, che forse ho risolto positivamente solo dopo cinquant’anni, trovando finalmente l’amore. Sono anche espedienti letterari, un punto di mediazione fra racconto autobiografico e invenzione. Credo che qualunque storia individuale, se raccontata bene e con empatia, diventi una parte per il tutto. Quando parlo della perdita di mio padre o di mio nonno, in realtà sto parlando ai padri e ai nonni di chi ascolta. Mi auguro che ogni spettatore pensi al proprio nonno, non al mio, che non ho mai conosciuto. Sono molto d’accordo con il mio amico Andrea Di Consoli quando dice che una biografia scritta bene smette di essere una storia individuale e diventa un pezzo di storia nel quale chiunque può riconoscersi».
