Corrado ha 17 anni e «il mare che scorre nelle vene», come a lui stesso piace dire. Ha intenzione di non cedere alle difficoltà che sta vivendo la pesca a Trani e la passione che sente per questo mestiere lo spinge a lavorare anche se soltanto per 10-15 euro al giorno. Lo incontriamo lungo la banchina del porto, è tra i volti più giovani dei pescatori che nel pomeriggio, puntualmente intorno alle 17, stazionano tra le imbarcazioni per vendere il pescato del giorno. Con spigliatezza e un grosso sorriso, Corrado Covelli ci racconta di aver iniziato a frugare tra le reti accatastate da quando aveva 7 anni. «Poi ho conosciuto il mestiere e la passione è diventata sempre più forte».
Corrado nei giorni scorsi ha denunciato pubblicamente le difficoltà della categoria attraverso un video pubblicato sulla pagina Instagram “Pescatori a tavola”. Un filmato in cui il 17enne si improvvisa anche cronista, intervistando pescatori e clienti lungo la banchina. «È una vergogna quello che stiamo vivendo qui al porto», esordisce, mostrando le condizioni in cui sono costretti a vendere il pescato. «Non abbiamo un punto vendita fisso, ci hanno sequestrato le bancarelle. Siamo stufi di questa situazione». Poi rivolge una domanda ai clienti: «È comodo acquistare il pesce in questo modo?». Le risposte raccontano disagi e difficoltà. Il suo è soprattutto un appello alle istituzioni: «Ho 17 anni, vado avanti per passione. Il mare ce l’ho nel sangue e continuerò ad aiutare tutti quanti».
Eppure ci spiega come oggi lavorare nella pesca, a Trani, sia sempre più complicato. «Ci manca un posto, i costi sono aumentati. Io per fortuna non ho spese o una famiglia da sostenere – aggiunge Corrado – ma qualcuno è stato costretto a cambiare mestiere e questo non è giusto». Sulle ragioni che oggi stanno mettendo in difficoltà il comparto tranese ci arriviamo in un secondo momento, dopo aver approfondito la storia di questo giovane pescatore che raccoglie l’eredità non da un familiare, come spesso accade in questo settore, bensì da un vicino di casa che oggi non c’è più. Abitavano a due passi dal porto. Con lui le prime storie ed esperienze in mare. «Cosa significa il mare per me? Libertà – ci dice senza pensarci un secondo – ma anche rispetto». È il lavoro che lo appassiona e per il futuro sogna un peschereccio tutto suo: «Vorrei imbarcarmi, ma le spese sono tante, aggiungere un marinaio costa troppo. Mi auguro che tutto possa tornare come quando ero piccolino: il porto pieno di persone era la cosa che amavo di più. Mi accontento anche di piccoli guadagni, mi basta stare con loro (gli altri pescatori, ndr) e con il mare».
Oltre alla voce di Corrado, ne raccogliamo altre. Sono quelle dei pescatori tranesi che negli ultimi mesi hanno dovuto fare i conti con ripetuti controlli sanitari che definiscono «legittimi e tutti superati con buon esito». Ma la difficoltà più grande è arrivata ad inizio aprile con lo smantellamento delle bancarelle, che li costringe a vendere il pescato direttamente dal bordo delle loro imbarcazioni. «Avevamo incontrato il Comune di Trani prima del fermo pesca del 15 agosto – ci spiega Nicola Castiglia – ci avevano promesso una sistemazione almeno temporanea per il 29 settembre, al Molo Santa Lucia. Nulla è stato fatto». Un suo collega ci racconta di un cliente che si è ferito mentre acquistava e ci mostra come il moto ondoso rischi di danneggiare le barche. Nonostante una proposta per la costruzione di un mercato ittico sia stata redatta e progettata, ancora nessun lavoro risulta iniziato. Mentre parliamo con un pescatore, questo risponde alla telefonata di un cliente che gli chiede se, dopo l’ultimo controllo, fossero ancora aperti. «Oltre al caro gasolio, la cattiva pubblicità che riceviamo in questa situazione – racconta amareggiato – sta frenando tanta gente».
