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Nichi Vendola: «L’autoritarismo si nutre della solitudine di una società che ha smarrito il futuro» – L’INTERVISTA

“Il vizio della ferocia” è il titolo dell’ultimo libro, edito da Laterza, dell’ex presidente della Regione Puglia. Oggi pomeriggio la presentazione

Nichi Vendola: «L’autoritarismo si nutre della solitudine di una società che ha smarrito il futuro» – L’INTERVISTA
“Il vizio della ferocia” è l’ultimo saggio di Nichi Vendola

Oggi pomeriggio alle 18, Nichi Vendola presenta al Multicinema Galleria Il vizio della ferocia, il suo nuovo libro pubblicato da Laterza. A dialogare con l’autore saranno Nicola Fratoianni, Maddalena Tulanti e Alessandro Laterza, in un incontro promosso nell’ambito delle iniziative della Libreria Laterza.

Il saggio indaga le radici della ferocia che attraversa il nostro tempo, mostrando come la violenza, da strumento del potere, sia diventata una logica che permea le relazioni sociali e politiche, fino a mettere in discussione i fondamenti stessi della convivenza democratica. Una scrittura che alterna analisi, memoria e tensione civile, cercando nelle parole non soltanto strumenti per interpretare la realtà, ma anche occasioni per metterla in discussione. Con Vendola abbiamo approfondito alcune questioni che attraversano il libro.

Lei scrive che il nucleo più oscuro del fascismo non è la violenza, ma il consenso: la capacità di trasformare l’obbedienza in appartenenza. Quale bisogno profondo delle società contemporanee intercettano oggi le culture autoritarie, e perché la democrazia sembra sempre meno capace di offrire un’identità collettiva altrettanto convincente?

«La violenza è connaturata al fascismo. Ma c’è anche altro, c’è un lavoro più insidioso: la costruzione di un “noi”, di una identità che ti protegge anche se al prezzo della libertà. Il fascismo non si limita a comandare, offre una casa, cioè un’appartenenza: magari nevrotica, tribale, ma pur sempre un’appartenenza. Offre a chi si sente solo, spaesato, umiliato un nemico reale o immaginario, e la cultura della paura e del risentimento diviene un vincolo ideologico. Oggi quel bisogno è diventato enorme, perché viviamo dentro società frantumate, dove il lavoro non costruisce più comunità ma solitudine e ricattabilità, dove il futuro si è rovesciato da promessa in minaccia, dove le grandi narrazioni collettive – la classe, il partito, perfino la parrocchia di paese – si sono sbriciolate. Resta un individuo nudo, esposto, chiamato a competere su tutto. Le culture autoritarie intercettano precisamente questa nudità. La democrazia, invece, si è ridotta a procedura, a gestione, a tecnica. Ha accettato che le decisioni vere si prendano altrove, nei mercati, nei consigli d’amministrazione, negli algoritmi, e si è accontentata di amministrare le conseguenze. Una democrazia che non promette più uguaglianza, che non sa più dire “nessuno resterà indietro” senza arrossire, non può produrre appartenenza».

Nel libro descrive un riformismo che ha progressivamente interiorizzato il linguaggio e i vincoli del neoliberismo. Ma riconosce anche il fallimento di chi è rimasto all’opposizione senza costruire un’alternativa credibile. In questa seconda responsabilità riconosce qualcosa anche della propria esperienza politica?

«Non scrivo questo libro dalla cattedra di chi ha avuto ragione. Lo scrivo da dentro una sconfitta, che è anche la mia. La critica al riformismo resta per me netta: una parte grande della sinistra europea ha creduto che il neoliberismo fosse un clima, una legge di natura, non una scelta politica: e ci si è adattata. Ha parlato la lingua della competitività, della flessibilità, dei conti in ordine. Quando la sinistra perde l’anima succede che poi perda anche le elezioni. Governare la Puglia per dieci anni è stato il tentativo di dimostrare che la radicalità può farsi amministrazione senza tradirsi: la sanità pubblica, le politiche per i giovani, l’energia pulita, la lotta all’illegalità. Ma proprio lì ho toccato con mano i confini di quella esperienza: una regione non può rovesciare da sola i vincoli imposti a livello nazionale ed europeo, e certe contraddizioni non le abbiamo potute sciogliere».

Lei propone la diserzione come risposta alla cultura della guerra e del dominio. Ma come si passa dal rifiuto individuale e dalla mobilitazione collettiva alla costruzione di un’alternativa capace di governare? Come evitare che la radicalità della protesta rimanga politicamente impotente?

«La diserzione non è una fuga. È il primo gesto di una nuova costruzione. Disertare significa smettere di collaborare con una macchina che si regge sul nostro consenso: la macchina della guerra, del riarmo, della paura come forma di governo. Ogni potere, anche il più feroce, ha bisogno di obbedienza. Sottrarla è un atto politico, non solo morale. Ma ha ragione: il rifiuto da solo non basta. La storia è piena di grandi movimenti che hanno riempito le piazze e poi si sono dissolti, lasciando il campo esattamente com’era. Il punto è come la diserzione diventi progetto. Occorre radicarsi nei territori, costruire alleanze sociali oltre che politiche, costruire dal basso un programma di alternativa».

Quando invita a una diserzione globale dalla guerra, riconosce però che la lotta contro il nazifascismo fu una necessaria difesa dell’umanità. Come si concilia oggi il rifiuto radicale della guerra con il diritto dei popoli a difendersi dalle aggressioni? E quale ruolo possono avere i movimenti pacifisti nella costruzione di una sicurezza collettiva?

«Ma proprio la memoria della Resistenza ci consegna un insegnamento che spesso si dimentica. Chi combatté quella guerra non volle consegnare ai figli il culto della guerra: volle scrivere nella Costituzione l’articolo 11, il ripudio della guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La lotta di liberazione si concluse con un impegno solenne a costruire un mondo in cui non fosse più necessario combattere. Ecco allora la distinzione che mi pare decisiva. Il diritto di difendersi è un diritto dell’aggredito; la cultura della guerra è un’ideologia che trasforma ogni conflitto in destino, ogni vicino in nemico, ogni bilancio pubblico in un arsenale. Si può riconoscere il primo e combattere la seconda. Anzi, si deve. Oggi assistiamo a una militarizzazione del pensiero che usa le aggressioni reali come pretesto per una corsa al riarmo senza fine, che non rende nessuno più sicuro e ci avvicina all’abisso nucleare».