Siamo nel bel mezzo di una Napoli in tutto il suo splendore di città mediterranea e insieme cosmopolita, a tratti berlinese e poi chissà cos’altro ancora; una Napoli di oggi, di sicuro inedita, notturna, estiva e piena di locali «dall’ispirazione trasgressiva». E poi, prima ancora, ci immergiamo nel racconto di un corpo sempre più privo di forze e lucidità in quanto affetto dalla malattia dell’Alzheimer.
Il nuovo romanzo dello scrittore, regista e sceneggiatore Ivan Cotroneo Grande, edito da Nave di Teseo e presentato ieri alla Feltrinelli di Bari, in un dialogato con Antonella Gaeta e Pippo Mezzapesa, tocca temi cari a tanti: dai legami familiari, con il racconto di profondi affetti di sempre e di consuetudini varie, al distacco dai propri genitori; dall’accudimento quotidiano, meticoloso e doloroso, verso una madre malata, alle esperienze sessuali più avventurose. Una scrittura che imbocca subito la scelta di parole vere, quelle che fanno diventare appunto «Grande».
Ivan, una storia dove il protagonista, Ernesto, uno sceneggiatore che, come lei, vive tra Roma e Napoli, si trova improvvisamente catapultato in un dramma che si chiama Alzheimer e che ha colpito sua madre. Esattamente come è accaduto a lei; è un libro autobiografico?
«In buona parte e nella vena più intensa, quella che comprende la sofferenza e la possibile rinascita attraverso l’amore».
Coprotagonista del romanzo è la città partenopea nella sua più calda essenza; la metropoli «che scorre normale» di giorno, quando Ernesto è in casa per accudire la mamma e quella che vibra di notte, quando il protagonista esce per vivere una ritrovata libertà. Quanto ha influito nel suo background essere nato lì?
«Napoli è una città speciale e in questo libro è descritta come una terra deserta di giorno ma di sera molto animata, aperta, sensuale, ricca di locali, dove di notte ci si incontra, si fa sesso».
Entra nel merito?
«Parlo di un luogo in particolare, descrivendo anche una parte un pò fetish, dove la pelle è in primo piano, ma lo faccio con uno spirito molto napoletano, che alleggerisce e che diverte. L’ironia è parte di me».
Dalla pelle degli sconosciuti a quella materna e viceversa; un passaggio coraggioso?
«È un libro sull’amore filiale e sul corpo ma la vera domanda che ho rivolto a me stesso è quanto si possa davvero amare un fisico in trasformazione, non più riconoscibile, un corpo in decadenza. Le giornate di Ernesto, sentimentalmente single a differenza mia, non sono divise tra il giorno e la notte, ma si completano: le uscite notturne rappresentano la passione, la vitalità, quella stessa energia utile per sostenere la sofferenza del giorno».
Guardando all’intreccio di vita tra Ernesto e lei, nelle parti che combaciano, la scrittura è stata catartica?
«È stata necessaria direi, è il mio modo di comunicare con il mondo. Una condivisione delle mie emozioni. Ernesto scrive una lettera d’amore per sua madre e l’ho fatto anche io, attraverso di lui».
La parola «grande» vuol dire crescere di fronte alle difficoltà della vita?
«Sì, significa, in questo caso, passare dall’esser figli ad esser genitori di chi ti ha messo al mondo. Vuol dire guardare la realtà in faccia, e non solo concentrandosi sulla malattia neurodegenerativa, ma affrontare la questione che la malattia è una parte della vita stessa. Nello scorrere delle pagine, Ernesto diventa sempre più coraggioso, in un percorso di crescita, di avvicinamento al reale ciclo della vita. È un romanzo dove la tenerezza si lega all’audacia».










