Un milione e mezzo di presenze in dieci anni, mostre diffuse e un programma capace di allungare la stagione turistica. Alle porte dell’inaugurazione di Phest (9 agosto) Cinzia Negherbon, direttrice organizzativa, racconta l’impatto dell’evento su Monopoli, le difficoltà della programmazione culturale e le nuove sfide della fotografia.
Negherbon, quanto il Festival è diventato, oltre che un appuntamento culturale, un’infrastruttura economica e turistica per Monopoli e per la Puglia? E come si evita che il successo finisca per trasformare il territorio in una semplice vetrina?
«I numeri parlano chiaro: in dieci edizioni abbiamo avuto oltre 1,3 milioni di visitatori per le mostre outdoor e 200 mila per quelle indoor. Ma l’impatto reale sta nel quando: il picco arriva a ottobre, trasformando la bassa stagione in un momento d’oro. Phest non porta gente a Monopoli quando la città è già piena, ma quando sarebbe vuota. Tre mesi di programmazione significano permanenze medie superiori alle cinque ore, un indotto prezioso per l’accoglienza e 28 collaborazioni con professionisti pugliesi. Phest genera lavoro qualificato in un territorio da cui spesso lo si esporta. Sul rischio “vetrina” sarò diretta: la nostra difesa è nel metodo. Non portiamo a Monopoli un’immagine preconfezionata della Puglia, la commissioniamo. Invitiamo artisti internazionali a produrre opere nate dal contatto con il territorio. Una vetrina mostra ciò che il pubblico si aspetta; Phest produce ciò che nessuno ha ancora visto. Quest’anno Giuseppe De Mattia ha trasformato ascolti e pettegolezzi del centro storico in un’installazione outdoor. È la città che parla al mondo con la propria voce. Non chiediamo di guardare Monopoli da fuori: invitiamo le persone a entrarci dentro e portiamo la sua anima fuori».
Organizzare un festival internazionale significa tenere insieme istituzioni, sponsor privati, artisti e comunità locale. Qual è oggi il principale ostacolo alla crescita di Phest: le risorse, la burocrazia o la difficoltà di programmare nel lungo periodo?
«Direi la programmazione, ma sarebbe una mezza verità: sono lo stesso problema visto da tre lati. Il punto non è quanto ricevi, ma quando sai di riceverlo. Per portare a Monopoli il centenario di Vivian Maier o la prima italiana di Roger Ballen devi muoverti con almeno diciotto mesi di anticipo. Archivi, assicurazioni e trasporti si negoziano così, mentre i contributi pubblici si conoscono quasi a ridosso dell’apertura. Il festival nasce quindi da un rischio d’impresa assunto l’anno prima. L’effetto più serio è sulle persone: uno staff di quindici professionisti resta insieme solo se puoi offrire continuità. La precarietà dei finanziamenti diventa precarietà del lavoro culturale e spinge a esportare competenze. Bisognerebbe passare dai contributi annuali alle convenzioni pluriennali. Non chiediamo più soldi, ma gli stessi soldi decisi con due anni di anticipo. E occorre misurare ciò che la cultura produce, non soltanto i costi sostenuti. Finché il metro sarà la spesa e non l’impatto, resterà una voce di costo. Il nostro budget è coperto per oltre il 60 per cento da risorse proprie, biglietteria e sponsor privati. È una libertà da difendere: un festival totalmente dipendente dal pubblico è fragile e meno libero».
L’edizione di quest’anno si intitola «What if?» e invita a immaginare scenari alternativi. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalla sovrapproduzione di immagini, quale pensa debba essere oggi il compito di un festival di fotografia?
«Nel momento in cui un’immagine può essere generata in pochi secondi, il semplice atto di documentare – essere andati in un luogo, aver aspettato, aver visto – è già una posizione critica. Documentare è tornato a essere un gesto radicale. Il tema nasce da due date: nel 2026 cade il centenario della nascita di Vivian Maier ed è anche l’anno in cui Fritz Lang ambientò Metropolis. Il futuro immaginato cent’anni fa è adesso: siamo dentro la distopia di qualcun altro, ma ci appare come vita quotidiana. Il problema non è che le immagini siano troppe, ma che molte non abbiano più un responsabile. Una fotografia ha sempre avuto qualcuno dietro: uno sguardo, una scelta, un corpo. Sergey Melnitchenko ha spedito ai soldati ucraini macchine usa e getta. Le immagini tornate dal fronte non mostrano battaglie, ma fango sugli anfibi e un gatto che dorme. Un lavoro così non si può generare: richiede tempo, fiducia e presenza. Non demonizziamo la tecnologia. Joan Fontcuberta dimostra da quarant’anni che la fotografia ha sempre mentito. Oggi cambiano scala e velocità, non la natura del problema. L’antidoto non è tecnico, ma culturale: educare lo sguardo».
Phest porta a Monopoli alcuni dei nomi più autorevoli della fotografia internazionale, ma continua a rivolgersi anche a un pubblico non specialista. Come si costruisce un programma che riesca a coniugare rigore curatoriale e accessibilità?
«Non credo che rigore e accessibilità siano forze opposte. Se lo fossero, dovremmo decidere quanta qualità sacrificare per fare pubblico, e sarebbe una resa. L’accessibilità non è un aggiustamento finale: è la forma stessa in cui il festival esiste. Phest non si tiene in un museo, ma in una città. Buona parte delle mostre è outdoor e gratuita: chi passa per fare la spesa incontra un’opera. Questo non abbassa il livello di ciò che esponiamo, cambia soltanto chi lo incontra. Non portiamo il pubblico nei musei, portiamo il museo tra la gente. La qualità non si negozia al ribasso. Quest’anno esponiamo Vivian Maier, Roger Ballen, le fotografie di scena di Metropolis, Fontcuberta e Juno Calypso. Non lavoriamo per semplificare, ma per costruire porte d’ingresso. Il pubblico non specialista, poi, non si costruisce ad agosto. Dal 2018 abbiamo coinvolto oltre novemila studenti e ogni anno le letture portfolio sono gratuite. Un ragazzo di Monopoli che a sedici anni ha visto Vivian Maier in una chiesa sconsacrata sotto casa non è un pubblico da conquistare: è già dentro».
