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Polignano, Pegah Moshir Pour al Libro Possibile: «L’Occidente racconta il regime iraniano non il suo popolo» – L’INTERVISTA

La scrittrice ha presentato il suo nuovo romanzo “La casa dimenticata” in dialogo con Lorena Saracino, direttrice responsabile de L’Edicola

Polignano, Pegah Moshir Pour al Libro Possibile: «L’Occidente racconta il regime iraniano non il suo popolo» – L’INTERVISTA

«L’Iran non è soltanto il regime che vediamo nei telegiornali. È un Paese che continua a produrre cultura, memoria e resistenza». Pegah Moshir Pour lo ha ribadito ieri al Libro Possibile di Polignano, dove ha presentato il suo nuovo romanzo “La casa dimenticata” in dialogo con Lorena Saracino, direttrice responsabile de L’Edicola.

Lei racconta l’Iran partendo da una ferita personale. C’è stato un momento in cui ha capito che quella ferita poteva diventare una responsabilità pubblica?

«Raccontare l’Iran è difficile, perché significa raccontarne soprattutto le contraddizioni, spesso inconcepibili per chi è nato o cresciuto da questa parte del mondo. È una ferita, certo, ma anche un senso di ingiustizia: quello di non comprendere che l’Iran è un Paese enorme, con una straordinaria ricchezza culturale e linguistica. Mi dispiace che il mondo si concentri quasi soltanto sulle immagini della repressione. Esistono, sono un problema reale, ma non raccontano tutto. L’Iran è molto altro: un Paese con un’enorme sete di raccontarsi e di mostrare la bellezza della propria storia e quella che continua a creare oggi.»

«Donna, Vita, Libertà» ha commosso il mondo. Oggi, lontano dai riflettori, è ancora un movimento politico o è diventato soprattutto una memoria morale?

«È stato il movimento sociale per eccellenza. In questo mezzo secolo, e forse già dalla rivoluzione costituzionale del 1906, abbiamo visto nascere molti movimenti, ma quasi sempre frammentati: sindacati, donne, uomini, pensionati, insegnanti. “Donna, Vita, Libertà” li ha uniti, mostrando la bellezza e la difficoltà di un popolo che, pur nelle sue diversità, si è riconosciuto in un unico slogan. È uno slogan prezioso, con una filosofia politica importante: nasce dalle donne della resistenza curda che combattevano l’Isis e ha ispirato le donne iraniane, ma anche moltissimi uomini. Tanti uomini hanno gridato “Donna, Vita, Libertà”: alcuni sono stati arrestati, altri sono ancora in carcere, altri sono stati impiccati».

In Iran, oggi, la tecnologia è più uno strumento di controllo o uno spazio di resistenza?

«Entrambe le cose. L’Iran lavora da tempo anche sull’intelligenza artificiale: esiste un piano che parte dal 2016. È un Paese avanzato sotto il profilo tecnologico e dispone di competenze importanti. Il controllo digitale cresce, ma cresce anche la capacità di difendersi e di reagire».

Lei vive tra due immaginari: l’Iran da cui proviene e l’Italia in cui è cresciuta. Questa doppia appartenenza è una frattura o una forma di lucidità?

«All’inizio appartenere a due Paesi, due lingue e due culture è stato molto difficile. Siamo abituati a pensare le culture come mondi separati, mentre ciascuna nasce dall’intreccio di molte altre. Il concetto che mi ha aiutata è quello dei third culture kids, i ragazzi della terza cultura. Per me è stato la chiave per comprendere la mia identità. Io appartengo a entrambe le culture, ma sono anche il vissuto quotidiano nato dal loro incontro. All’inizio pensavo di dover scegliere. Oggi so che non posso farlo, perché sono entrambe».

Nel suo nuovo romanzo la casa custodisce memoria, identità e segreti. Perché nei regimi anche la memoria familiare può diventare un gesto politico?

«Nel romanzo ho voluto ricordare gli scritti di mio nonno, perché quella rivista apparteneva a lui. Già molti anni fa scriveva dei diritti delle donne e delle minoranze. L’Iran ha una forte eredità legata alla scrittura e credo che non esista famiglia che non si sia confrontata con la politica o con il potere. Lo abbiamo visto nel 1979, con una rivoluzione poi confiscata da Khomeini, che ha dato vita alla Repubblica islamica. Per questo le memorie familiari devono essere recuperate e condivise. Raccontano un Paese che spesso non compare nelle cronache e aiutano a evitare che la storia si ripeta».

Qual è l’immagine dell’Iran che l’Occidente continua a raccontare male, anche quando crede di essere solidale?

«Si pensa che l’Iran sia sempre un Paese arretrato, che abbia bisogno di essere aiutato, perfino militarmente. Invece gli iraniani hanno sempre dimostrato, con grande dignità, di portare avanti le proprie idee attraverso il cinema, la letteratura, l’arte e i fumetti. Oggi si pensa che siano tutti in lutto per Ali Khamenei, ma non è così. Anche prendendo per buoni i numeri diffusi dal regime, su una popolazione di circa 93 milioni di persone solo 20 milioni hanno partecipato alle piazze: significa che l’80% degli iraniani non si riconosce in quella rappresentazione del Paese. Continuiamo a giudicare l’Iran attraverso le immagini che vediamo, mentre dovremmo imparare a guardare anche quelle che non si vedono. L’Occidente continua troppo spesso a raccontare il regime con lo sguardo e le parole del regime, non con quelle del popolo. Anche i libri servono a raccontare quell’altro Iran che ancora non conosciamo».