Una richiesta di risarcimento danni è arrivata nelle ultime ore alla direzione strategica del Policlinico di Bari per la morte di un neonato di appena sei mesi, deceduto nel 2018 dopo un intervento cardiochirurgico. La famiglia del piccolo ha formalizzato un’istanza da 350 mila euro, ritenendo che vi siano profili di responsabilità nella gestione clinica del caso.
Il bambino era nato a Gallipoli e, a seguito di una grave patologia cardiaca diagnosticata subito dopo la nascita, era stato trasferito nel capoluogo pugliese per essere sottoposto a un intervento specialistico all’Ospedale Giovanni XXIII, struttura di riferimento regionale per la cardiochirurgia pediatrica.
L’operazione, secondo quanto ricostruito, era tecnicamente complessa, ma inizialmente considerata riuscita. Tuttavia, nei giorni successivi sarebbero sopraggiunte complicazioni che hanno portato rapidamente al peggioramento delle condizioni cliniche del piccolo, fino al decesso. Un epilogo drammatico che ha segnato profondamente i genitori, i quali, a distanza di anni, tornano a chiedere chiarezza su quanto accaduto.
All’epoca dei fatti, il reparto di cardiochirurgia era diretto da Gabriele Scalzo. Proprio sull’operato dell’équipe medica si concentra oggi la richiesta risarcitoria, che ipotizza eventuali negligenze o ritardi nella gestione operatoria e post-operatoria. La documentazione è ora al vaglio degli uffici legali dell’azienda ospedaliero-universitaria, che dovranno valutare il contenuto dell’istanza e decidere se procedere con un eventuale accertamento tecnico preventivo o con altre iniziative difensive.
Non è escluso che la vicenda possa riaprirsi anche sotto il profilo peritale, con nuove consulenze mediche volte a stabilire se il decesso fosse inevitabile alla luce della gravità del quadro clinico o se, al contrario, vi siano stati margini di errore. In questi casi, infatti, la valutazione si concentra sul nesso causale tra condotta sanitaria ed evento morte, un passaggio cruciale per l’eventuale riconoscimento di un indennizzo.
Il caso riaccende l’attenzione sulla delicata attività delle strutture di alta specializzazione, dove si trattano patologie complesse e dove il confine tra rischio clinico e responsabilità professionale è spesso oggetto di contenzioso. Per la famiglia del bambino, la richiesta economica rappresenta non solo un’azione legale, ma anche un tentativo di ottenere risposte definitive su una tragedia che, a otto anni di distanza, resta una ferita aperta.










