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Marcello Veneziani: «Marx e Nietzsche, due profeti senza Dio» – L’INTERVISTA

Due profeti del Novecento, un incontro immaginato e una stessa radice prometeica. In Nietzsche e Marx si davano la mano (Marsilio), Marcello Veneziani mette uno di fronte all’altro due pensatori che non si sono mai davvero incontrati, ma che hanno continuato a incrociarsi nelle idee, nei conflitti e nelle eredità lasciate al secolo breve. Un…
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Due profeti del Novecento, un incontro immaginato e una stessa radice prometeica. In Nietzsche e Marx si davano la mano (Marsilio), Marcello Veneziani mette uno di fronte all’altro due pensatori che non si sono mai davvero incontrati, ma che hanno continuato a incrociarsi nelle idee, nei conflitti e nelle eredità lasciate al secolo breve. Un dialogo impossibile che diventa il pretesto per interrogare ciò che di Marx e Nietzsche continua a pesare sul nostro presente.

Veneziani, il libro parte da questo incontro quasi romanzesco, Marx e Nietzsche seduti allo stesso tavolo. Perché questa scelta narrativa per raccontare due pensatori così concreti nella storia reale?

«Perché, trattandosi di due pensatori decisivi per comprendere la storia culturale e civile del Novecento, era affascinante immaginare un confronto diretto tra loro. Le loro strade si sono incrociate molte volte attraverso le idee, i libri, i temi. Ho immaginato che, oltre alle idee, si fossero incrociati anche i protagonisti. Naturalmente l’incontro è una finzione narrativa, ma tutto il resto – pensieri, testi, biografie – è rigorosamente fondato».

Lei insiste molto su una loro origine comune. Qual è questa radice condivisa?

«Innanzitutto sono entrambi tedeschi, figli della cultura romantica della Germania della prima metà dell’Ottocento. Condividono il culto di un mito decisivo: Prometeo. Entrambi si considerano, a modo loro, liberatori dell’umanità. Sono pensatori del conflitto, della lotta, convinti che lo scontro sia la chiave per interpretare il cammino umano. Vogliono smascherare l’ipocrisia borghese e bigotta, e da questo punto di vista sono entrambi critici radicali. Inoltre condividono una critica alla famiglia, all’amor patrio, alla religione: sono due risposte diverse alla crisi religiosa dell’Ottocento».

Fa emergere con forza la sostituzione di Dio con altro: la storia, l’uomo, la volontà, la vita. Il Novecento è stato il tempo in cui abbiamo vissuto le conseguenze di questa sostituzione?

«Sì, il Novecento è stato l’applicazione storica di questo doppio pensiero. Per Marx, Dio viene sostituito dalla storia, dal proletariato, dal cambiamento sociale. Per Nietzsche dalla nascita di un uomo diverso, capace di reggere il peso della morte di Dio: il superuomo, o meglio l’uomo eccellente. In Nietzsche c’è anche una dimensione tragica, perché caricarsi quel peso non è indolore. Entrambi questi pensieri hanno avuto un effetto potentissimo e concreto su tutto il Novecento».

Dedica molta attenzione alla dimensione esistenziale e fisica di Marx e Nietzsche: i viaggi, i corpi, le crisi, le solitudini. Quanto conta il vissuto nel loro pensiero?

«Conta moltissimo. Sono due pensatori che credono nella continuità tra pensiero e vita, tra teoria e azione. La vita che hanno vissuto si riflette profondamente nella loro opera. Non comprenderemmo il carattere profetico del marxismo senza sapere che Marx proveniva da una famiglia di rabbini: la profezia è un elemento strutturale del suo orizzonte. Così come non capiremmo il “Dio è morto” di Nietzsche senza ricordare che perse il padre, pastore protestante, a cinque anni. La morte di Dio è anche, simbolicamente, la morte del padre. Le biografie incidono sul pensiero più di quanto spesso si voglia ammettere».

Nel libro suggerisce che entrambi siano stati profeti oltre che filosofi. Ma ogni profezia porta con sé una responsabilità. Quanto Marx e Nietzsche sono responsabili degli esiti storici successivi?

È sempre difficile stabilire la responsabilità diretta di un pensatore. La storia, spesso, tradisce i profeti. Nel loro caso parlerei di responsabilità indirette. Marx è stato anche un militante politico, quindi ciò che è venuto dal comunismo ha un legame più diretto con il suo pensiero. Nietzsche, invece, non è mai stato un pensatore politico, non ha mai militato, e ciò che è accaduto “nel suo nome” è spesso una forzatura. Lì ha prevalso il tradimento della storia più che la sua matrice teorica».

Pensatori o intellettuali: cosa sono stati davvero Marx e Nietzsche?

«Sono pensatori. La parola “intellettuale” è troppo generica e riduttiva. Entrambi rifiutano lo statuto accademico: Nietzsche era filologo, non professore di filosofia; Marx era un giornalista. Sono pensatori perché hanno una visione del mondo e vogliono incidere sulla realtà, non costruire sistemi chiusi».

E lei, oggi, si sente più pensatore o intellettuale?

«Vorrei essere un pensatore. “Intellettuale” è una parola inflazionata, che spesso copre un vuoto culturale. Preferisco definirmi uno studioso di filosofia».

Se Marx e Nietzsche si incontrassero oggi, su cosa litigherebbero subito?

«Probabilmente ciascuno attribuirebbe all’altro le responsabilità delle miserie del presente. Marx accuserebbe Nietzsche di aver aperto la strada al transumano, all’intelligenza artificiale, a certe forme di suprematismo. Nietzsche, dall’altra parte, vedrebbe nell’omologazione planetaria, nel politicamente corretto e nell’ideologia woke una degenerazione dell’egualitarismo marxista. Litigherebbero su questo».

In tempi di intelligenza artificiale c’è ancora spazio per i pensatori?

«Non lo so, ma voglio pensare di sì. È difficile immaginare spazio per i pensatori, ma è necessario. Senza intelligenze critiche capaci di interpretare il proprio tempo rischiamo di perdere la consapevolezza della condizione umana. Forse non incideranno davvero, ma l’auspicio è che il pensiero resti acceso, come una piccola brace, e non si spenga nella disumanizzazione della nostra epoca».

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