Dopo Sanremo ’24, il rischio di smarrirsi dentro il meccanismo dell’industria. Poi il ritorno alle origini, alle chitarre, alla provincia. Alla musica. Con 1997, il nuovo Ep che porta il suo anno di nascita nel titolo, Maninni – al secolo Alessio Mininni – riparte da sé stesso: dal brit pop ascoltato da adolescente, da Bari, dai piccoli club. E dal palco, che definisce «l’unico posto» in cui riesce davvero a riconoscersi. Sabato sarà all’Officina degli Esordi di Bari per una nuova tappa del tour condiviso con Albe.
Dopo un momento in cui sembrava in brillante ascesa, lei ha raccontato di essersi accorto che stava iniziando a scrivere musica per «funzionare», più che per comunicare qualcosa. È questo il vero cancro della musica di oggi?
«Credo che sia il cancro della musica da sempre, non soltanto del 2026. Situazioni simili esistevano anche negli Anni Novanta, in periodi in cui convivevano musica di qualità e canzoni pensate principalmente per funzionare in radio o nel mainstream. Se il motivo per cui fai musica è quello lì, allora c’è un problema. Oggi ce ne accorgiamo di più perché tutto viene amplificato dai social che fanno da megafono, ma questa dinamica è sempre esistita».
Si è sentito spinto verso quel tipo di scrittura?
«In realtà non mi ha costretto nessuno. È il sistema che te lo impone senza neppure dirtelo apertamente. Ti ritrovi dentro un campionato e pensi che l’unico modo per restare in gioco sia andare nella stessa direzione degli altri. Poi però ti rendi conto che quella non è la gara che vuoi fare. Alla fine te lo imponi da solo, perché insegui uno stereotipo di successo o di artista che magari non ti appartiene. E quando smetti di rispettarti, il prezzo lo paghi».
L’ha sofferto molto?
«Sì. A un certo punto entravo in macchina, mettevo play e non mi riconoscevo più in quello che ascoltavo. Non ero più quel ragazzino di sedici anni che inseguiva il suo sogno».
Arriviamo a 1997, che è anche il suo anno di nascita. È un disco che sembra quasi un ritorno a casa. Quanto c’è di quell’Alessio sedicenne dentro queste canzoni?
«Quasi tutto. Dico quasi perché magari tra un anno avrò ancora più consapevolezza di quello che sono e di quello che voglio fare. Però dentro questo disco c’è tantissimo Alessio: quello che imbraccia la chitarra per la prima volta, quello che vive la musica come un parco giochi dove ogni giostra è uno strumento musicale. Questo era lo scopo del disco. Ed è per questo che sono felice che sia uscito: lo abbiamo rincorso tanto, cercato tanto, e alla fine è arrivato. Poi dal vivo, con i miei musicisti, è una goduria totale».
A che punto sente di essere oggi, artisticamente?
«Sento di avere consapevolezza di quello che sono e di quello che voglio fare. E più vado avanti, più tutto diventa a fuoco. È come vedere un colore da lontano e avvicinarsi sempre di più, scoprendo ogni volta nuove sfumature».
Il brit pop torna continuamente nel suo racconto. Che cosa le hanno insegnato gli artisti di quella stagione?
«Prima di tutto a fare musica. Ascoltando i gruppi inglesi capisci il loro approccio: prendere uno strumento, suonare e scrivere qualcosa di diretto. Penso a Noel Gallagher: non è mai stato il cantante perfetto o il frontman costruito, però aveva quell’aura lì. Liam, ancora oggi, riesce a trascinare la gente sul palco restando quasi immobile. O ce l’hai o non ce l’hai. Poi c’è la sfacciataggine: il fatto di fregarsene delle logiche di mercato. Fanno musica perché hanno bisogno di farla. E questa è una cosa enorme, perché non esiste una ricetta per arrivare al pubblico. Se una canzone piace, è il pubblico ad accorgersene».
Nel suo percorso Bari e la provincia hanno un peso centrale. Oggi la provincia è un limite o può essere un punto di partenza?
«Secondo me il limite sono le grandi città. La provincia invece è benzina: ti dà libertà e ti aiuta a non farti contaminare dal mercato o da certe dinamiche discografiche. Ti lascia addosso la fame di raggiungere qualcosa. Io credo tantissimo nella provincia, nel Sud e soprattutto in Bari. È per questo che ho scelto di aprire il mio studio e continuare a vivere qui. Mi piace vedere quella fame anche nei ragazzi che iniziano a fare musica».
Adesso arriva il concerto all’Officina degli Esordi e lei lo gioca in casa.
«Non vedo l’ora. Suonare a Roma, Bologna e Milano è stato bellissimo, ma qui sono curioso di vedere i miei conterranei, capire come vivranno il concerto. Mi aspetto una bella carica».
C’è qualcuno a cui pensa sul palco prima di iniziare un concerto?
«In realtà penso soprattutto a ricordarmi i testi (ride, ndr). Ho sempre paura di dimenticarli, anche perché non uso il gobbo».
Con Albe avete scelto di condividere il tour. Che cosa vi accomuna?
«La voglia di distaccarci da quello che il mercato pretende. Vedo anche in lui questa esigenza di liberarsi dagli standard e dalle logiche della società di oggi».
Lei ha detto che il palco è l’unico posto in cui si riconosce davvero. Oggi cantare davanti a cento persone le dà più verità che stare davanti a milioni?
«La carica è la stessa. Però davanti a cento persone è emotivamente più difficile, perché devi guardarle negli occhi. Quando hai davanti milioni di persone puoi perderti nella massa. Ed è proprio per questo che volevo ripartire dai piccoli posti. Su un grande palco, con mille luci e mille scenografie, un artista come me rischia di diventare una formica. Preferisco essere un artista grande su un palco piccolo piuttosto che una formica su un palco enorme».
