Sabato 16 maggio, alle 9.30, all’AncheCinema di Bari, sarà presentato “L’inventore del Levante. Calabrese. Una storia italiana di imprenditoria creativa, di resilienza e di rinascita”, documentario diretto da Giuseppe Rossi e prodotto da Giuseppe Bruno, imprenditore del settore metalmeccanico, attraverso OMC Axles & Trailers.
L’opera ricostruisce la vicenda di Giuseppe Calabrese, inventore del camion ribaltabile, l’uomo che da una piccola officina barese riuscì a rivoluzionare il mondo dei veicoli industriali, trasformando un’intuizione tecnica in una storia industriale capace di guardare ai mercati internazionali. L’appuntamento, inserito nel programma di «Bari e Barletta-Andria-Trani Capitali della Cultura d’Impresa 2026» di Confindustria, si aprirà con i saluti istituzionali del sindaco di Bari Vito Leccese e del presidente di Confindustria Bari Bat Mario Aprile.
A introdurre il docufilm saranno il produttore e il regista. Dopo la proiezione sono previste le testimonianze di Francesco Maldarizzi, Cavaliere del Lavoro, e di Lorenzo Calabrese, figlio del Cavalier Giuseppe Calabrese, coordinati dalla giornalista Rosaria Bruno. Le conclusioni saranno affidate al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro e al viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. Il documentario, della durata di 52 minuti, nasce dall’acquisizione delle ex Officine Calabrese da parte di OMC Axles & Trailers, società nata nel 1984 come indotto delle grandi imprese del settore metalmeccanico. Più che una semplice operazione di memoria aziendale, il film prova a restituire il profilo di un imprenditore visionario, capace di incarnare una stagione dell’Italia del secondo dopoguerra, quella della ricostruzione, dell’ingegno applicato al lavoro, della fiducia nella tecnica come strumento di emancipazione produttiva e sociale, come racconta Giuseppe Bruno.
Quando ha capito che la storia di Giuseppe Calabrese non era soltanto una storia aziendale, ma una vicenda da raccontare attraverso un documentario?
«Dopo l’acquisizione, recandomi in Calabrese per una prima visita, ho immediatamente intuito che c’era una storia molto importante da rispettare, valorizzare e ricordare. Bisognava partire dal passato per costruire un futuro. Avendo avuto modo di apprezzare l’elevato standing del regista Giuseppe Rossi, l’ho contattato e siamo partiti. Non è stato semplice realizzare il documentario, anche perché mancavano immagini filmate e abbiamo dovuto lavorare molto sulle fotografie e sui materiali ritrovati in loco. C’è stato un grandissimo impegno e il merito va anche a mia moglie, che per mesi, tutti i giorni, coordinando le attività di sgombero, ha analizzato tantissimi faldoni, riuscendo a reperire documenti utilissimi dal punto di vista storico e amministrativo. Poi, parlando con gli ex dipendenti della Calabrese, siamo venuti a conoscenza di tantissimi aneddoti e di tante storie. A quel punto abbiamo deciso di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e di fare qualcosa di nobile».
Nel film Calabrese emerge come inventore, imprenditore e simbolo di un’Italia capace di rialzarsi nel secondo dopoguerra. Quale aspetto della sua figura le è sembrato più urgente restituire al pubblico di oggi?
«La straordinaria storia di un uomo intelligentissimo, intuitivo, disponibile, dotato di una grande umanità e di un forte altruismo. Mi ha colpito il suo impegno costante, intensissimo, la capacità di lavorare mediamente quindici ore al giorno. Il Cavalier Calabrese è stato un industriale intraprendente e visionario. Tengo molto anche a sottolineare un aspetto: ho registrato un’opinione diffusa, e soprattutto inesatta, secondo cui le difficoltà della Calabrese sarebbero state imputabili a problemi gestionali. Dal documentario emerge chiaramente che il declino fu invece determinato da altre cause. Questo è un punto importante, perché la memoria di un’impresa va ricostruita con rispetto, ma anche con precisione».
Quali furono, allora, le cause principali di quel declino?
«Ci fu innanzitutto un impatto geopolitico legato all’attacco missilistico in Libia da parte degli Stati Uniti. Quell’evento generò l’embargo e l’azienda si ritrovò con rilevanti crediti da incassare dalla partecipata libica e con macchinari destinati all’esportazione, costruiti con specifiche tecniche per Paesi con viabilità disagiata, quindi difficilmente collocabili in altre aree. In secondo luogo, pesò il costo elevatissimo e insopportabile del servizio del debito. Basti pensare che in quegli anni il tasso ufficiale di sconto fissato dalla Banca d’Italia toccò punte del 19 per cento, a cui andava aggiunto lo spread. Con la capitalizzazione trimestrale degli interessi, in meno di tre anni il debito poteva raddoppiare. Infine arrivò Tangentopoli: pur non avendo impattato direttamente sulla società, che aveva sempre avuto un approccio etico e corretto, provocò danni gravi e irreparabili per il rallentamento degli ordini da parte degli acquirenti di quelle attrezzature. I compattatori e le altre macchine venivano acquistati da società che avevano rapporti con enti pubblici: in quell’epoca nessun amministratore firmava più un ordine. Nonostante tutto, in quel settore Calabrese è stata un’azienda leader e da quella esperienza sono nate tante realtà, sia in Puglia sia nel resto d’Italia».
La proiezione si inserisce nel programma di Bari e Bat Capitali della Cultura d’Impresa 2026. Che messaggio può offrire oggi questa storia alle nuove generazioni di tecnici, imprenditori e lavoratori del Mezzogiorno?
«Bari è capitale della cultura d’impresa e questo documentario rafforza l’identità e l’orgoglio di appartenenza. La Puglia è una regione straordinaria e vivace, con istituzioni guidate con lungimiranza, con eccellenze imprenditoriali, con multinazionali presenti sul territorio e con università di elevato standing: penso al Politecnico, alla Lum, all’Università degli Studi Aldo Moro, all’Its Cuccovillo, che è un fiore all’occhiello specializzato nella meccatronica. La storia di Calabrese è affascinante e significativa proprio perché dimostra che dal Mezzogiorno possono nascere innovazione, industria, competenze e visione internazionale. Va divulgata e resa disponibile alle nuove generazioni, agli studenti, ai tecnici, agli imprenditori e a chiunque voglia capire che il futuro si costruisce anche riconoscendo le radici migliori del nostro passato industriale».
