Tra le menzioni speciali alla Puglia del «Premio Giorgio Ambrosoli», per l’impegno nella legalità e nell’antimafia sociale, oltre quello alla magistrata Silvia Curione e alla Federazione Antiracket Italiana, spicca quello a don Angelo Cassano, prete barese di frontiera e referente di Libera in Puglia.
Don Angelo da quanti anni opera nel sociale, nella lotta alla criminalità?
«Sono da più di 30 anni sacerdote, proprio il 30 maggio ho fatto il mio 33º anniversario. Ho fatto la prima esperienza da parroco al quartiere San Paolo proprio negli anni ‘90, da dove ho cominciato appena ventottenne».
In quale parrochia?
«Quella di San Giovanni Bosco al quartiere San Paolo, dove non avevo chiesa, non avevo strutture, stavo sotto i palazzi in uno spazio condominiale, quindi ho lavorato molto sulla strada. Quegli anni difficili dove non avevo neanche spazi e strutture sono stati per me anni straordinari, dove ho dei ricordi importanti. Si è fatto un lavoro educativo, cercando di sottrarre i ragazzini dalla strada, dalle tentazioni, anche della criminalità».
Quanti ragazzi ha sottratto ai clan criminali?
«Non ho un numero, però è bello quando incontro ragazzi che vedo dopo tanti anni e si sono integrati, si sono sposati, hanno un lavoro, sono persone oneste, poi ci sono altri che si sono persi strada facendo».
Come ha fatto a convincere questi ragazzi che vivevano in un contesto particolare, che era meglio avere un’occupazione onesta, rispetto al guadagno facile, immediato e notevole che gli offriva la criminalità?
«L’impegno è sempre quello di stare accanto, di ascoltarli, di non mettersi in atteggiamento di giudizio, ma provare a indicargli una strada con l’esempio, con il gioco, col contatto con le famiglie, cercando di provare a essere anche un fratello con loro, offrendogli un rapporto dove si sentono voluti bene, rispettati. Far capire loro la bellezza dell’onestà, dei risultati che si possono raggiungere nella vita anche facendo sacrifici, ma poi si possono raggiungere. Ecco, credo che più che altro molto è passato attraverso l’esempio, lo stare accanto».
Don Angelo, cos’è la parrocchia?
«Per me la parrocchia è una famiglia, una comunità che deve essere aperta al territorio dove in qualche modo il territorio deve essere la strada, deve essere il punto di riferimento. Non deve essere un luogo chiuso dove stanno solo quelli che in qualche modo frequentano e si conoscono e si vedono ma deve essere un luogo che deve avere una valenza missionaria andando incontro ai bisogni della gente, ai più poveri, alle fragilità che ci sono, ai ragazzi».
Lei diceva che al San Paolo non c’era neanche una struttura.
«Sì e lì ho imparato che significa una chiesa aperta al territorio, una chiesa che sta sulla strada, che incontra le persone, dove vivono, dove abitano, dove incontra i ragazzi, anche quando sono andato in altre realtà ho sempre avuto presente questa dimensione».
Oggi molti ragazzi fanno passare sui social, in particolare TikTok, video e messaggi dove si inneggia alle prove di forza e dove c’è un palese disprezzo per il valore della vita, insomma pronti a uccidere o essere uccisi, così come scriveva l’ultima vittima in ordine di tempo, Antonio La Forgia.
«Credo che anche questa generazione stia vivendo un periodo difficile di disagio che riguarda la realtà giovanile anche in maniera trasversale, non riguarda solo gli ambienti poveri più più fragili oppure gli ambienti notoriamente di criminalità, di malavita, di mafia. Riguarda anche i nostri ragazzi in generale che hanno delle paure. Secondo me hanno delle paure dentro e però devono mostrare il volto più duro, più violento. Penso all’uso che fanno dei social, ma soprattutto a questa cultura mafiosa che passa attraverso i social e che a volte sembra un mito per i nostri ragazzi. Il mito del guadagno facile e si mostrano le firme, lo champagne, le etichette, le macchine grosse. Emerge questa rabbia che portano dentro, questa violenza che evidentemente ha anche una radice da cercare anche nei contesti dove vivono. E quindi questo è il problema di oggi che non è solo della mafia, ma anche della cultura mafiosa che affascina i nostri ragazziche si traduce poi a volte in quello che vediamo nelle bande, nell’uso delle armi, dei coltelli, delle troppe armi in giro, della violenza che si esprime anche nel quotidiano».
A Bari però le famiglie sono sempre le stesse di 30 anni fa, i figli, i nipoti di quelle stesse persone che lei ha conosciuto a inizio carriera. Però questi rampolli forse fanno anche più paura, non crede?
«Oggi c’è una maggiore fragilità, imprevedibilità, arroganza, determinazione di questi giovanissimi rampolli che a volte sembrano senza controllo. Chiaramente vengono da contesti in cui sono nati, in cui non hanno ricevuto degli insegnamenti credibili. Io dico sempre nessuno nasce mafioso, però in certi contesti, se c’è una privazione affettiva, se ti hanno insegnato che devi vendicarti, che devi fare soldi in un certo modo, poi a questi ragazzi cosa è rimasto? Del nucleo familiare, i genitori sempre in carcere e loro oggi si sentono quasi padroni della vita degli altri, padroni in assoluto».
Lei ha avuto fra i suoi ragazzi nelle parrocchie i vari Capriati, Strisciuglio, Montani, solo per citarne alcuni?
«Quando stavo al San Paolo, sì, ho avuto tutte le famiglie che allora erano più in evidenza al San Paolo, penso ai Diomede, ai Montani, stiamo parlando di una generazione diversa da quello di oggi. Posso dire che allora si potevano avvicinare i loro figli, anzi certe volte mi chiedevano proprio di aiutarli a sottrarli dalla violenza. Ho avuto esperienze in cui in passato alcuni genitori anche dal carcere ci chiedevano di aiutare e di non far fare la stessa fine ai loro figli. Oggi questo non accade più, oggi è più difficile avvicinare i ragazzini che vivono all’interno di famiglie, perché già da subito sono orientati a sostituire i loro genitori, i loro zii, i loro parenti»
Fare antimafia sociale oggi è più difficile?
«Sì ma anche più stimolante perché abbiamo davanti, un lavoro educativo e culturale che a noi tocca, che non è quello della repressione che tocca alla magistratura e alle forze dell’ordine. Poi ci sono la società civile, le associazioni, le parrocchie, tutte le reti sociali a cui tocca questo lavoro. Penso a tutta la mobilitazione, per esempio, di questo periodo degli oratori vivi dove tanto si può fare. Certo poi le istituzioni devono fare la loro parte e insieme provare a capire come intervenire in situazioni nuove che abbiamo davanti, quindi l’antimafia sociale si deve reinterrogare perché gli strumenti di 30 anni fa non sono quelli oggi. Dobbiamo entrare in quel mondo dei social e capire come riuscire a dare dei messaggi, così come il lavoro culturale da fare rispetto alle serie televisive a tutto quello che passa oggi in maniera sbagliata rispetto anche alla musica».
Questo premio Ambrosoli cosa la spinge a fare che non abbia ancora fatto?
«Dobbiamo fare un’antimafia del quotidiano e tanti sono quelli che nel piccolo si impegnano a cercare di realizzare una società più giusta dove emerge il rispetto, la legalità. Il premio mi spinge sempre più a capire il valore dell’impegno, a mantenere i piedi per terra, uno stimolo a fare meglio, a non scoraggiarsi, a non sentirsi soli, perché a volte in questo lavoro, detto francamente, ci si sente soli e non sempre tutto l’impegno viene riconosciuto».
