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Lectorinfabula, Vacca: «In Togliatti la democrazia divenne il fine e la pace il presupposto della politica» – L’INTERVISTA

Dopo il confronto di ieri nella Chiesa di San Benedetto, sul suo nuovo libro su Togliatti, Beppe Vacca torna sui temi discussi con Quagliariello

Lectorinfabula, Vacca: «In Togliatti la democrazia divenne il fine e la pace il presupposto della politica» – L’INTERVISTA

Ieri sera, nella Chiesa di San Benedetto a Conversano, «Lectorinfabula» ha riportato al centro del confronto Palmiro Togliatti, a partire dal nuovo libro di Beppe Vacca, Vita e pensiero di Palmiro Togliatti. Un profilo intellettuale, pubblicato da Einaudi.

Vacca ne ha discusso con lo storico Gaetano Quagliariello, introdotti e moderati da Luigi Quaranta. Un confronto che ha attraversato il rapporto con Gramsci, lo stalinismo, la guerra e la pace, fino all’ultimo Togliatti del Promemoria di Yalta. È proprio da qui che parte la riflessione di Vacca: da un comunismo che, nel corso della più che quarantennale analisi di Togliatti, cambia insieme al mondo senza perdere alcuni interrogativi di fondo.

Professor Vacca, Quagliariello osserva che il suo metodo tende a mettere soprattutto in luce le continuità. Nel caso dell’ultimo Togliatti, come distingue una vera continuità da una rilettura successiva di problemi ormai mutati?

«Continuità non significa ripetizione. Il problema che attraversa Togliatti è il rapporto fra uno sviluppo economico che tende a farsi mondiale e una politica che continua a organizzarsi prevalentemente entro lo Stato nazionale. È una contraddizione che Gramsci aveva colto con grande profondità. La “democrazia progressiva” nasce nella congiuntura specifica della guerra antifascista e del dopoguerra, quando diventa pensabile proiettare la democrazia nazionale verso una dimensione sovranazionale. Cambiano le condizioni, dunque, ma resta il problema dei limiti dello Stato nazionale e della necessità di superarli. Da questo punto di vista c’è continuità tra la democrazia progressiva, la democrazia antifascista e quella concezione della democrazia come mezzo e come fine che approda al Promemoria di Yalta».

Nell’ultimo Togliatti diventa persino difficile stabilire quando la trasformazione della società possa dirsi propriamente socialista. Quanto comunismo rimane nel Togliatti del 1963-64?

«Bisogna ricordare che, secondo i classici, il socialismo non ha una piena autonomia teorica: è una fase di transizione. È una forma di regolazione politica dello sviluppo che può realizzarsi nella dimensione nazionale, perché ha bisogno dello Stato. Ma lo Stato nazionale stesso è storicamente limitato e tende verso forme di sovranazionalità. Il comunismo, nell’accezione classica, rinvia proprio a un’unificazione più larga, sovranazionale, in un contesto nel quale la guerra non sia più il principio ordinatore dei rapporti fra gli Stati. Per questo il socialismo, in Togliatti, non è una forma conclusiva: è una transizione dal capitalismo verso qualcosa che può estendersi su scala planetaria».

Lei mostra però un Togliatti che, soprattutto dopo l’avvento dell’era atomica, modifica categorie profonde della tradizione marxista: la pace prevale sull’interesse di classe o di campo, la coppia amico-nemico perde centralità, si apre il dialogo con i cattolici. È ancora marxismo?

«Non assumerei come unico termine di paragone un marxismo astratto e indistinto. Oggi abbiamo studi sufficienti per parlare di un marxismo specificamente italiano, non per una presunta nazionalità delle filosofie, ma per ragioni storiche. È una linea che va da Labriola a Gramsci e a Togliatti e che non coincide con il marxismo economicistico dominante in tanta parte della tradizione europea. Quegli autori si misurano con le crisi concrete del proprio tempo: la crisi dello Stato liberale, la guerra, il fascismo, la trasformazione del capitalismo. Togliatti arriva a concepire il socialismo come lotta per la democrazia, con la democrazia e attraverso la democrazia, fino al punto in cui diventa difficile stabilire quando il potere passi effettivamente nelle mani del mondo del lavoro. E in questa elaborazione Gramsci è decisivo: Togliatti conosce i Quaderni prima della loro pubblicazione ed è lui, nel dopoguerra, a far esistere Gramsci nella cultura italiana».

Nel libro lei arriva a vedere in questa lunga elaborazione un’anticipazione del «nuovo modo di pensare» che oltre vent’anni dopo sarà associato a Gorbačëv. Non è una continuità troppo lunga?

«Non si tratta di una profezia. Quel “nuovo modo di pensare” nasce in un contesto diverso, ma si alimenta anche della conoscenza da parte di Gorbačëv, grazie alla moglie che frequentava gli italianisti sovietici, dell’esperienza italiana e di Gramsci. Il punto che mi interessa è un altro: la lotta contro l’inevitabilità della guerra attraversa una parte decisiva della riflessione di Togliatti. Già nel 1935 Stalin gli affidò al VII Congresso dell’Internazionale comunista una relazione centrale proprio sulla lotta contro la guerra e per la pace. Era anche una risposta al fallimento della Seconda Internazionale, che non era riuscita a impedire la Prima guerra mondiale. Nell’era atomica quel problema cambia radicalmente di scala: se la guerra può significare la distruzione dell’umanità, la pace non è più soltanto un obiettivo politico fra gli altri, ma diventa il presupposto della politica stessa».

Quando Togliatti arriva a parlare di una «religione dell’uomo», sta ancora revisionando il marxismo oppure cerca un nuovo umanesimo che ormai lo oltrepassa?

«Non credo che il pensiero di Togliatti debba essere rinchiuso nel solo confronto con il marxismo, né nella storia del contenitore politico in cui operò, il Partito comunista. È proprio questo uno degli obiettivi del mio libro. Nel caso italiano il marxismo si è immerso e intrecciato con una cultura nazionale dalla storia lunghissima, diventandone parte. Per questo possiamo parlare di un marxismo italiano. Il Pci non esiste più e la sua funzione storica si è esaurita, ma Togliatti rimane un’eredità viva della storia italiana, come Gramsci. Lo sono perché sono divenuti parte intrinseca della vicenda politica e culturale della nazione, oltre la storia del partito al quale appartennero».