Stasera alle 20.00 alla Chiesa di San Benedetto, «Lectorinfabula» torna su una delle figure centrali del Novecento italiano con l’incontro dedicato a Palmiro Togliatti a partire dal nuovo libro di Beppe Vacca, Vita e pensiero di Palmiro Togliatti. Un profilo intellettuale, pubblicato da Einaudi. Vacca ne discute con lo storico Gaetano Quagliariello; introduce e modera Luigi Quaranta. Al centro, la lettura di Togliatti come «riformatore italiano nell’Europa delle guerre», il rapporto con Gramsci e con l’Unione Sovietica, il tema della pace e l’ultimo approdo del dirigente comunista.
Professor Quagliariello, Vacca rovescia in qualche modo l’immagine crociana di Togliatti come «totus politicus» e propone invece la figura di un intellettuale, quasi di un filosofo della prassi. Che ne pensa?
«Secondo me dipende più dagli interessi degli interpreti che non dal personaggio. Croce era un contemporaneo di Togliatti: ebbe modo di apprezzarlo subito dopo il suo arrivo a Napoli e poi anche di criticarlo aspramente. Vacca è uno studioso innanzitutto del pensiero, uno storico delle dottrine, e dunque privilegia quell’aspetto. Io la penso più come Croce che come Vacca: ritengo Togliatti un grandissimo politico per capacità, e questa è una valutazione che prescinde da ogni giudizio valoriale. Nella storia dell’Italia repubblicana, dal punto di vista politico, lo considero secondo soltanto a De Gasperi: stiamo parlando di due giganti. I politici di quella stagione avevano anche un profilo intellettuale che oggi non c’è più. Ma io sono uno storico e guardo soprattutto ai processi storici: da questo punto di vista si resta impressionati dalla qualità e dall’abilità dell’azione di Togliatti».
Nel libro torna ad avere un peso decisivo il rapporto con Gramsci.
«Sì, Vacca ha approfondito in particolare il legame tra Gramsci e Togliatti e quella parte del libro, a mio avviso, è la più solida. Non posso pensare di competere con le sue conoscenze su questo terreno, ma ritengo che dal punto di vista del pensiero non ci sia confronto tra la profondità di Gramsci e quella di Togliatti. Allo stesso tempo considero Togliatti superiore a Gramsci nella manovra politica. La sua forza emerge nella capacità di leggere i rapporti di forza e utilizzare gli spazi disponibili».
Vacca individua nell’opposizione alla «inevitabilità della guerra» il filo più originale e continuo del pensiero togliattiano. Quanto questa chiave modifica l’immagine di Togliatti come uomo legato all’ortodossia sovietica?
«Vacca coglie questo elemento già nel Togliatti delle tesi di Lione. Bisogna però ricordare che dal 1926 alla guerra passano circa quindici anni e, in mezzo, ci sono passaggi che allora non potevano essere previsti, a meno di avere una visione provvidenzialistica o finalistica della storia. Nel 1926 non c’era ancora Hitler, non c’era ancora stato il fallimento dell’azione di Briand da una parte e di Stresemann dall’altra. Si poteva vedere che l’impianto di Versailles andava revisionato e che, se non lo fosse stato, avrebbe potuto portare alla guerra; ma non era una lettura esclusiva di Togliatti: la ritroviamo anche fuori dal campo comunista, da Ferrero a Keynes. Non mi sembra, in ogni caso, che questo relativizzi davvero il legame fra Togliatti e Mosca. Togliatti sceglie lo stalinismo. Questo non significa un appiattimento del suo pensiero: la sua abilità politica sta anche nel capire entro quali margini un pensiero autonomo può esprimersi e nel farlo emergere quando quei margini cambiano».
Vacca propone di leggere Togliatti come un «riformatore italiano». Quanto regge questa definizione davanti al rapporto mantenuto a lungo con l’Unione Sovietica, su cui lei insiste?
«Bisogna intendersi sul significato delle parole, perché termini come “riformatore” possono essere usati in modi diversi. Io definirei Togliatti uno stalinista moderato che ha operato in un Paese con condizioni eccezionali e che ha fatto valere la propria abilità per massimizzare possibilità e opportunità. Questo consente di riconoscerne la duttilità e l’autonomia di manovra senza perdere di vista il quadro nel quale quella manovra avveniva. Il legame con l’Unione Sovietica resta uno dei dati strutturali entro i quali Togliatti costruisce la propria politica».
Autonomia, policentrismo, via italiana al socialismo: nell’ultimo Togliatti sono i segni di un reale distacco dal modello sovietico oppure quel distacco rimase incompiuto?
«A me sembra evidente che il riferimento all’Unione Sovietica abbia retto fino in fondo. La morte di Stalin porta Togliatti a considerare quel legame in maniera dinamica e non statica, ma questo non significa un distacco totale né dall’Unione Sovietica né, a mio avviso, dallo stalinismo: c’è una ricalibrazione del rapporto, e il 1956 lo mostra bene. Diverso è il discorso sull’ultimissimo Togliatti, quello del Memoriale di Yalta: lì c’è una riflessione molto interessante sullo sviluppo del comunismo mondiale, sulla modifica della posizione dell’Urss e sulle conseguenze che questa nuova situazione avrebbe dovuto avere anche sul terreno italiano. È una riflessione incompiuta: Togliatti non ha avuto il tempo di svilupparla. Se dovessi perciò indicare le parti più stimolanti del lavoro di Vacca, direi, come ho già notato, la prima, sul rapporto con Gramsci, e l’ultima, dedicata al Togliatti finale. Vacca, proprio perché guarda al pensiero, tende a sottolineare le continuità; uno storico dei fatti e della politica guarda maggiormente alle rotture. Vacca non le nega, sia chiaro, ma nella sua prospettiva contano meno. Del resto non ha scritto una biografia di Togliatti: ha scritto un profilo intellettuale. Ed è una cosa diversa».
