Home » Bari » Lectorinfabula apre sulle donne, Marianna Aprile: «I diritti non sono pari per tutte» – L’INTERVISTA

Lectorinfabula apre sulle donne, Marianna Aprile: «I diritti non sono pari per tutte» – L’INTERVISTA

Si inaugura stasera al Kursaal Santalucia la XXII edizione con un viaggio dal suffragio femminile alle donne di oggi: «Stiamo abbassando la guardia»

Lectorinfabula apre sulle donne, Marianna Aprile: «I diritti non sono pari per tutte» – L’INTERVISTA

La XXII edizione di Lectorinfabula si apre oggi alle 17.30 al Teatro Kursaal Santalucia. Dopo l’incontro istituzionale «Costruire comunità», il primo appuntamento sarà dedicato a La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta, dal nuovo libro di Marianna Aprile, dedicato a ottant’anni di diritti delle donne. La giornalista ne discuterà con Gigi Riva e Antonio Decaro.

Aprile, partiamo dal titolo. La promessa non ha volutamente un aggettivo. Dopo aver scritto il libro direbbe che quella promessa è stata mantenuta, tradita o solo parzialmente realizzata?

«Non metterei ancora un aggettivo, perché volevo che fossero il lettore o la lettrice a decidere quanto e se quella promessa sia stata mantenuta. È una promessa tuttora da confermare, quella che l’Italia fece alle italiane nel 1946 e che le italiane fecero all’Italia andando a votare: faremo la nostra parte. Deve rinnovarsi continuamente, anche a fronte di delusioni e tradimenti, perché quella cittadinanza piena e paritaria sottesa al diritto di voto non sempre e non per tutte è stata davvero raggiunta. Lascerei quindi il titolo senza aggettivo: è una promessa che va negoziata continuamente con la realtà».

Nel libro incontriamo molte donne che sono state «prime» ma che, per la loro eccezionalità, sono rimaste in qualche modo anche «ultime». Ottant’anni dopo il voto, quanto resta forte la contraddizione fra affermazione individuale e avanzamento collettivo?

«L’armonizzazione dei destini individuali e collettivi è il sacro Graal del vivere in comunità. Le donne che in passato, a dispetto di tutto, riuscivano a farcela erano eccezioni: confermavano una regola che le escludeva. Oggi ci sono sempre più donne protagoniste delle scienze, delle arti, del giornalismo, della politica. Sono abbastanza numerose da non poter più essere considerate eccezioni, ma non siamo ancora arrivati a un gioco nel quale le regole siano davvero uguali. Ho il terrore che stiamo abbassando la guardia, convincendoci che, siccome abbiamo avuto la prima donna presidente del Consiglio, certe regole non servano più. Invece servono per tutte le altre che non si chiamano Giorgia Meloni, Elly Schlein o Silvia Salis».

Un conflitto che attraversa il libro è se trattare le donne esattamente come gli uomini oppure prevedere tutele specifiche, rischiando però di ribadirne la diversità. È ancora uno dei nodi dell’emancipazione femminile?

«È uno dei temi del dibattito femminista storico: dobbiamo essere uguali in quanto uguali oppure uguali in quanto diverse? Le donne hanno corpi e carichi diversi, e sappiamo bene che essere titolari di un corpo determina necessità differenti. Fare un figlio può significare non lavorare o essere esclusa dalla vita pubblica. Queste non sono caratteristiche che ci rendono esseri speciali: sono diversità e vanno considerate. Luciana Castellina dice che abbiamo ceduto all’inganno del neutro: ci siamo convinte che bastasse estendere alle donne diritti pensati e scritti per gli uomini per ottenere la parità. Invece siamo state “uominizzate”. La prossima rivoluzione dovrebbe essere questa: femminilizzare i diritti, rendendo veramente nostra la possibilità di fruirne».

Alla fine del percorso torna al voto e osserva che oggi le donne votano meno degli uomini. Come si spiega?

«La premessa è che l’astensionismo riguarda tutti, anche se da qualche lustro le percentuali femminili sono più alte. Le ragioni sono molte. Quelle specificamente femminili ruotano, secondo me, attorno alla distanza fra la cittadinanza conquistata sulla carta e quella che viviamo. Dovremmo essere pagate quanto gli uomini a parità di lavoro e competenze; la maternità dovrebbe essere una scelta libera e non un ricatto che costringe a chiedersi se avere un figlio significhi rinunciare alla vita professionale; la probabilità di avere un lavoro dovrebbe essere la stessa. Sono principi sanciti, per i quali si è combattuto. Nella vita delle donne italiane, però, troppo spesso non è così. E pensiamo all’aborto: la legge esiste, ma in alcuni territori esercitare concretamente quel diritto può essere molto difficile. Quando tanti diritti non vengono vissuti come erano stati immaginati, un po’ di voglia di partecipare passa».

Nelle ultime pagine usa un’espressione molto suggestiva: «attesa operosa». Che cosa stanno aspettando oggi le donne e, soprattutto, che cosa è questa operosità?

«Fanno politica fuori dai canali della politica: magari senza votare, senza seguire i partiti o il dibattito tradizionale, ma facendo politica nel proprio quartiere, nel proprio settore, sposando una causa. Fanno cose che permettono di migliorare almeno il pezzetto di mondo che hanno intorno e di avere la sensazione che ciò che pensano e desiderano produca un risultato concreto. Penso alle periferie romane, dove può esserci un astensionismo elevatissimo e insieme un associazionismo molto forte. Non mi fido più della politica che mi ha tradito mille volte? Allora mi organizzo con la mia comunità e parto dai bisogni primari. È l’attesa di una promessa nuova da scambiarsi con le istituzioni, con il Paese e con la politica ufficiale. Ma è un’attesa operosa perché, nel frattempo, ci si organizza con chi vive gli stessi problemi sulla propria pelle e prova a fare la propria parte: se non per risolverli, almeno per mitigarne gli effetti».