Gianvito Spizzico racconta la lunga storia dell’ultima creazione dello zio, tra acquisti pubblici, smontaggi, depositi e la necessità di un allestimento definitivo. L’opera di Raffaele Spizzico, dal 21 dicembre esposta nella Sala del Colonnato della Città Metropolitana, ha una storia complessa.
Partiamo dall’inizio: come arriva al Comune di Bari e com’era concepita originariamente?
«Si tratta di un’opera composta da sessantanove pezzi: figure arcaiche in terracotta che costituiscono l’ultima grande fatica di mio zio Raffaele. Fu esposta per la prima volta tra il 1997 e il 1998 a Matera, a cura del professor Appella. Successivamente, tra il 1999 e il 2000, l’allora assessore alla Cultura della giunta Di Cagno Abbrescia, Mimmo Doria, iniziò una vera e propria opera di persuasione affinché Raffaele la cedesse al Comune di Bari. Lui era restio: probabilmente pensava a un destino itinerante, nazionale. Alla fine, anche grazie all’intervento diretto del sindaco, accettò. Il Comune la acquistò nel 2001 per 20.000 euro».
Ma non si trattava solo delle sculture.
«Esatto. L’opera nasce come un’installazione complessa. I sessantanove pezzi erano disposti su un piano circolare a tre livelli: in alto la Natività, poi i pastori e i Re Magi, infine le altre figure. Il tutto poggiava su una struttura cilindrica in ferro dotata di una cremagliera e di un motore che permetteva una lenta rotazione. Sopra c’era un grande pannello decorato, il “cielo”. Su mio suggerimento, venne dotato di luci alogene a spillo per simulare le stelle. A completare l’esperienza, un sottofondo di musica gregoriana in sala. Era, a tutti gli effetti, un’opera totale».
La prima esposizione pubblica barese avviene al Fortino Sant’Antonio. Cosa accade dopo?
«Dopo il periodo natalizio l’opera fu smontata. La struttura in ferro era pesantissima e costò quasi quanto l’acquisto delle sculture. Da quel momento, però, se ne perse traccia. L’anno seguente Raffaele mi chiese di informarmi: nessuno al Comune sapeva dove fossero finiti i pezzi. Dopo molte ricerche scoprii che erano stati depositati nel sottopalco del Teatro Piccinni. Li recuperai, li feci imballare in casse protettive e li affidai alla Multiservizi, dove rimasero per anni».
A un certo punto viene individuata una sede stabile.
«Sì. Prima della morte di Raffaele, nel 2003, il sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia e il direttore generale Mario Cucciolla individuarono un piccolo locale accanto all’abside della chiesa della Vallisa, in piazza del Ferrarese. Fu ristrutturato e il presepe vi trovò finalmente una collocazione, con custodia. Rimase lì fino al 2009, quando, a seguito delle politiche di dismissione patrimoniale dei comuni, il locale venne messo all’asta e l’opera fu smontata ancora una volta».
Da lì in poi inizia una lunga fase di oblio.
«Un oblio con sporadiche riemersioni. Nel 2012, su richiesta della Banca Popolare di Bari, il presepe fu riallestito alla Fiera del Levante per una grande mostra sulle ceramiche dei fratelli Spizzico. Mancando ormai motore e cremagliera, si optò per un allestimento semplificato. La mostra poi approdò a Noci, durante il “Bacco delle Gnostre”, e fu visitata anche da Vittorio Sgarbi. Terminata l’esperienza, l’opera tornò nei depositi, passando tra Multiservizi e Museo Civico».
Nonostante i ripetuti appelli, nulla cambia fino a tempi recenti.
«Esatto. Ogni anno sollecitavo una soluzione permanente. Il problema è anche semantico: chiamarlo “presepe” lo relega a un ambito stagionale, mentre è un’opera che merita una fruizione continua. È l’ultima opera di uno dei maestri del Novecento pugliese. Con l’insediamento del sindaco Vito Leccese, che conosceva bene la vicenda, si è finalmente riaperto un dialogo. Grazie anche al lavoro di Micaela Paparella e Francesca Pietroforte, si è arrivati all’esposizione attuale nel Colonnato della Città Metropolitana».
Uno spazio però temporaneo, fino al 31 gennaio. Qual è, secondo lei, la vera urgenza ora?
«Due cose. La prima è trovare una sede definitiva, che potrebbe essere Palazzo Starita, accanto alla storica bottega dei fratelli Spizzico in piazza del Ferrarese. Sarebbe un ritorno simbolico alle origini. La seconda, fondamentale, è ricostruire l’allestimento originario. Senza la rotazione, senza il cielo stellato, l’opera è monca. Non basta esporre i sessantanove pezzi: quella di Raffaele era una visione unitaria. Infine, sarebbe necessario ristampare il catalogo del 2001. È anche così che si promuove l’arte del Novecento barese: restituendole complessità, memoria e dignità».









