Home » Bari » “Domenica sul lungomare”, Luciana Galli: «Ho visto Bari passare davanti al mio iPhone come in un teatro» – L’INTERVISTA

“Domenica sul lungomare”, Luciana Galli: «Ho visto Bari passare davanti al mio iPhone come in un teatro» – L’INTERVISTA

“Il paesaggio, il passaggio, il passeggio. Domenica sul Lungomare”, un volume pubblicato da Edizioni Sfera, raccoglie le foto di Galli

“Domenica sul lungomare”, Luciana Galli: «Ho visto Bari passare davanti al mio iPhone come in un teatro» – L’INTERVISTA
A sinistra Luciana Galli, accanto un suo scatto sul lungomare

È domenica mattina e Luciana Galli, fotografa barese di fama, esce di casa, in zona umbertina, e si dirige con l’iPhone nel suo ufficio a cielo aperto: il Lungomare di Bari. Questo rito, vissuto metodicamente solo e soltanto la domenica, dura ben due anni e il risultato è sorprendente e ha un titolo affascinante: “Il paesaggio, il passaggio, il passeggio. Domenica sul Lungomare”, un volume pubblicato da Edizioni Sfera con uno scritto di Patrizia Calefato, ordinaria di Sociologia all’Università degli Studi di Bari e di Claudia Colella, storica dell’arte. Il libro, con la sua originale forma a «mattoncino», sarà presentato oggi, alle 17,30, nella Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto di Bari alla presenta della stessa autrice, di Micaela Paparella, consigliera delegata alla tutela del Museo, della Calefato e di Carmelo Cipriani. Modera l’incontro Giuseppe Abbracciavento.

Luciana, il titolo sa di scioglilingua, cosa si vedrà?

«Scatti che testimoniano il flusso delle persone davanti al mio iPhone. Non visi ma dettagli, come oggetti, porzioni di corpi, gambe, busti, vestiti, scorci di panorama…».

E la relazione con il gioco di parole? Partiamo dal paesaggio.

«È il Lungomare e in ogni fotografia il suo richiamo è evidente; che sia il lampione o la sua base, la ringhiera o le panchine e così via. E poi c’è il mare, sullo sfondo, protagonista sempre».

Rimanendo sul filo di un’abilità linguistica, passiamo ora al passaggio. Cosa ha voluto comunicare?

«Le tre parole interagiscono tra loro; sul Lungomare passano le persone ma il passaggio è anche da intendere come transizione, lo scorrere del tempo nella sua trasformazione dei costumi, della moda in primis e a conferma di ciò è esplicativa la frase “è passato di moda”, in quanto la stessa è scandita dal tempo».

L’altro significato di passaggio?

«Che le persone passano, a caso, davanti al mio smartphone».

La sua modalità di lavoro è stata fisicamente precisa: il telefonino posizionato all’altezza del fianco; per non farsi notare?

«La ricerca degli scatti spontanei fa la differenza. Quando, in un fluire continuo di persone vedevo l’inquadratura giusta sul monitor, scattavo».

Va da se la terza parola, il passeggio. Cosa evoca?

«L’attività ludica che si fa su questo tratto della città, soprattutto in un giorno di riposo, in cui, magari, si indossa il vestito della festa».

Quante foto ha scattato in tutto?

«Più di 600, ho fatto una cernita e ne ho scelte circa 170».

Da dove nasce l’idea di raccontare questa realtà «azzurra» di Bari con l’occhio di una videocamera? Lo definirei un viaggio poetico dello sguardo.

«Tutto parte da una antica fotografia scovata nell’album di famiglia e che ritrae le mie due cugine più grandi, Margot e Stefania; sono sorridenti, elegantemente vestite con le loro gonne a campana e sono sedute sull’asfalto, in una strada di Modugno, la cittadina dove ho vissuto anche io con la mia famiglia nel periodo in cui eravamo sfollati, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Bene, quando mi sono imbattuta in questa immagine in bianco e nero, risalente agli anni ’50, ho percepito la meraviglia del più bel esempio di street photography che abbia mai visto».

Una foto vintage che stimola, nelle menti creative come la sua, a raccontare il cambiamento?

«È stato il vero input e all’epoca la street phofotography non era ancora catalogata e classificata tra i generi fotografici».

Da quando la passione per questa disciplina?

«Da quando ero bambina, dal momento in cui mio zio Orfeo mi regalò una macchinetta “Rondine”, che conservo oggi come un cimelio nel mio studio».

E in modo professionale?

«Dal 1967, quando feci un viaggio in Inghilterra e mio padre, dal quale mi aspettavo un regalo utile come un paio di scarpe per affrontare l’avventura fuori Italia, mi diede invece tra le mani una macchina fotografica piuttosto seria e da quel momento non mi sono più fermata e scattare è diventata un’urgenza, una necessità. È emozione pura».

Cosa rappresenta ancora?

«La stratificazione di esperienze estetiche e oggi, le mie foto, sono il risultato del mio vissuto».