«La musica continua, la nave affonda». L’immagine evocata da Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, è quella drammatica dell’orchestra del Titanic che continuava a suonare mentre lo scafo si inabissava e l’acqua saliva. A Taranto, dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha disposto lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, l’associazione denuncia una vera e propria «ubriacatura collettiva» che avvolge cittadini, istituzioni e forze politiche. Mentre il dibattito si divide tra scioperi, tavoli tecnici al Mimit e strategie di uscita, la sostanza rimane immobile. L’indotto ha già avviato le procedure che porteranno ai licenziamenti collettivi, prima per gli addetti dell’area a caldo e poi per quelli dell’area a freddo.
Il decreto
Aigi, unita al tavolo permanente con Confindustria, Confapi, Confartigianato e Federmanager, chiede con urgenza un decreto che eviti il disastro socio-economico, ricordando che perfino i riflettori dei prossimi Giochi del Mediterraneo rischiano di agire come un’anestesia. Una volta spenti gli entusiasmi, il territorio si risveglierà dovendo fare i conti con fabbriche ferme e lavoratori senza stipendio. La richiesta è chiara: smettere di suonare e assumersi responsabilità con un piano industriale di decarbonizzazione serio e tutele reali.
Lo studio di fattibilità
In questo clima di forte incertezza si inserisce la posizione di Confartigianato Taranto. Di fronte all’ipotesi di una cordata italiana interessata ad alcuni asset dello stabilimento, il segretario generale Fabio Paolillo sostiene che il territorio non debba più rimanere uno spettatore passivo. Se cambierà la proprietà degli impianti a freddo, le imprese locali devono poterne far parte con una rappresentanza diretta nella governance. L’associazione propone uno studio di fattibilità indipendente alla Camera di commercio per valutare la partecipazione del tessuto produttivo tarantino, criticando i quattordici anni di fallimenti della politica industriale nazionale che non ha saputo costruire un’alternativa.
Il cambio del modello
Sul fronte ambientalista e dei cittadini, Lina Ambrogi Melle, promotrice dei ricorsi Cedu e attivista locale, dichiara che «la bomba sociale si disinnesca salvando i lavoratori, non l’area a caldo». Secondo l’ex consigliera comunale, la decisione dei giudici milanesi deve spingere verso il cambio definitivo del modello di sviluppo: chiusura e smantellamento degli impianti inquinanti, bonifiche delle aree contaminate e tutela integrale del reddito e dell’occupazione tramite l’impiego dei fondi europei per la transizione, puntando su porto, turismo, ricerca e blue economy.
L’affondo del Movimento
Infine, dall’arena politica arriva il duro attacco del senatore Mario Turco, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, che sottolinea come l’interesse degli industriali per i soli impianti fuori dall’area a caldo sia la «certificazione del fallimento» della linea del ministro Urso e del Governo Meloni. Turco chiede di riprendere la strada tracciata dal Governo Conte II: chiusura dell’area a caldo, bonifiche, riconversione economica e un Accordo di Programma immediato con risorse certe per garantire zero licenziamenti. Taranto non può più attendere di fronte all’ostinazione della politica.
