«Oggi sono 21 giorni che mio fratello è trattenuto insieme agli altri in Libia. Per favore fatelo tornare a casa». È l’appello di Maria Rosaria Centrone, sorella di Domenico (per tutti Nico), il docente universitario di 33 anni originario di Molfetta che dal 24 maggio scorso è trattenuto dalle autorità libiche con altre nove persone.
Centrone faceva parte del gruppo di attivisti della Global Sumud Convoy, la missione via terra della Global Sumud Flotilla, e provava a raggiungere la Striscia di Gaza per portare aiuti alla popolazione palestinese. Con Centrone, c’è un’altra italiana: si tratta di Dina Alberizia, di origini foggiane.
Maria Rosaria Centrone, visibilmente emozionata nel videomessaggio, si unisce «ai miei genitori per far sì che Nico e gli altri siano liberati», aggiunge riferendosi alle parole pronunciate da Ennio Centrone e da sua moglie Dorina Ruggieri, madre e padre dei due ragazzi che lo scorso 7 giugno, in un video, hanno chiesto la liberazione del figlio.
«Nico come tutti gli altri, è una persona buona, etica e innocente», evidenzia Maria Rosaria. «Ho letto commenti sui social in questi 21 giorni, che sono stati cattivi, ostici, in cui si dice che mio fratello è uno scappato di casa, che non ha un lavoro, che ha fatto qualcosa di stupido, che è un cretino. Ma vorrei dire loro una cosa: io e mio fratello abbiamo litigato prima che partisse perché non volevo andasse via, ero preoccupata e ho urlato contro di lui. Ma voler bene significa ascoltare e non imporre. Ed è andato».
La donna si dice «certa che lui vorrebbe solo dire a tutti che è tempo di svegliarci perché passiamo vite come zombie a lavorare per mutui che finiremo di pagare a 70 anni, e che il nostro Paese siamo noi, che la partecipazione di tutti serve. È tempo di svegliarci – conclude – . Liberiamo Nico e tutte le persone che sono con lui, che non volevano odio e astio contro nessuno. Cerchiamo di svegliarci ognuno per la causa che sente più vicina».