Il silenzio assordante del ‘900, in mostra fino al 2 agosto, nelle sale del castello Carlo V: Giorgio De Chirico e Marino Marini messi a confronto in una carrellata di litografie e acqueforti, dove emerge, su tutto, la solitudine che pervade la contemporaneità e l’assenza di dialogo quanto mai attuale e accentuata.
Un ‘900 metafisico
La metafisica di De Chirico nasce ufficialmente a Ferrara nel 1917 e trova compimento nell’esperienza biografica dell’artista, che della prima giovinezza in Grecia trasferisce in pittura quelle statue, colonne e sculture antiche che non sono più viste come espressione di vita, ma sono elementi senz’anima, imponenti quanto privi della loro identità e dei loro sentimenti. Ne La musa della storia, esposto a Monopoli, è un manichino in forma di colonna in una piazza assolata con un tempietto greco sullo sfondo. Regge una lira e sembra intonare un canto senza parole. In basso è un libro aperto, quella storia che «Non è magistra di nulla», per dirla con Montale.
De Chirico e Montale
Sembra davvero di ascoltare i versi montaliani di «Meriggiare pallido e assorto», dov’è la desolazione di un luogo dipinto da un assolato pomeriggio. E anche in De Chirico le piazze sono sempre deserte, dominate da elementi rinascimentali che lo riportano alla cara Ferrara e altri, invece, moderni, come l’orologio nell’Enigma dell’ora. Se da un lato ama rimasticare l’antichità classica, del rinascimento De Chirico ama le forme razionali e le prospettive, per poi esplorare il mondo simbolista appreso a Monaco.
Le parole di Apollinaire
Scrive Apollinaire, amico di De Chirico durante il lungo soggiorno parigino: «La pittura di De Chirico si potrebbe definire una scrittura di sogni. Per mezzo di fughe quasi infinite di archi e di facciate, di grandi linee dirette, di masse immani di colori semplici, di chiari e di scuri quasi funerei, egli arriva a esprimere, infatti, quel senso di vastità, di solitudine, d’immobilità, di stasi che producono talvolta alcuni spettacoli riflessi allo stato di ricordo nella nostra anima quasi addormentata». Le statue dechirichiane sono simili a quella «nella sonnolenza» che Montale eleva a emblema della «divina indifferenza», unica soluzione per fuggire dal «male di vivere».
I cavalieri di Marini
Di Marino Marini, invece, Monopoli accoglie alcune litografie e acqueforti con il suo tema più iconico: il cavallo e il cavaliere. Anche qui la solitudine la fa da padrona, con forme che sembrano esaltare la dispersione dell’animo umano, involucri vuoti, «ossi di seppia». Spontaneo il collegamento con Il cavaliere inesistente di Italo Calvino, dove Agilulfo è ridotto a un automa perfetto che, quando si leva l’armatura, svanisce perché senza corpo e dall’animo inumano, mentre il suo scudiero Gurdulù un corpo ce l’ha, ma non ha coscienza di sé stesso. Il contrasto tra forma e sostanza attraversa fondamentalmente tutta l’arte del ‘900, con elementi ora dilatati e onirici, ora spaventosamente geometrici e inquietanti. Le celebri Pomone di Marino Marini, che affondano le radici nella scultura etrusca, sono un ulteriore trait d’union con l’antichità, che – come il tempo perfetto, in lingua greca, ha valore anche nel presente – vuol parlare proprio a noi, anche quando non abbiamo più nulla da dire.










