La fake news nacque sui social poche ore dopo la tragedia, alimentando una violenta gogna mediatica e un clima di altissima tensione in città. A distanza di tre anni dal drammatico incidente stradale in cui perse la vita il 27enne Christian Di Gioia, avvenuto nel quartiere Japigia la notte tra il 21 e il 22 giugno 2023, la Procura di Bari ha firmato la richiesta di citazione in giudizio per 16 persone, accusate di diffamazione aggravata ai danni di un brigadiere dei Carabinieri. L’udienza predibattimentale è stata fissata per il prossimo 22 settembre davanti al giudice monocratico Marco Guida.
Subito dopo lo schianto, l’ambiente vicino alla vittima scatenò una caccia all’uomo sul web. Parenti e amici diffusero la voce – poi rivelatasi del tutto infondata – che una gazzella dei Carabinieri avesse inseguito e speronato la moto di Di Gioia, provocando l’impatto fatale. Su Facebook e Instagram iniziò a circolare persino la foto modificata del brigadiere che era a bordo di quell’auto, accompagnata da insulti e pesanti minacce, tra cui un post al vetriolo scritto dalla madre della vittima.
Le minuziose indagini della Procura barese, tuttavia, esclusero categoricamente qualsiasi coinvolgimento dei militari, accertando che il 27enne perse il controllo della sua moto in totale autonomia. Ciononostante, la macchina del fango online era ormai partita, costringendo la magistratura a perseguire i leoni da tastiera.
Dallo sdegno sul web al corteo
La vicenda legata alla morte di Di Gioia è già passata agli onori delle cronache per i disordini che ne seguirono. Il giorno dei funerali del giovane, un corteo abusivo di motociclisti paralizzò il traffico di Bari fino al cimitero, sfilando contromano sotto le finestre del carcere e, soprattutto, organizzando un vero e proprio “inchino” sotto l’abitazione dei vertici del clan mafioso Palermiti, egemone a Japigia.
Per quella violenta dimostrazione di forza, lo scorso anno l’inchiesta giudiziaria parallela ha già presentato il conto: dieci persone sono state processate con rito abbreviato per blocco stradale. Il bilancio è stato di ben nove condanne (cinque imputati a due anni e otto mesi di reclusione, altri quattro a un anno e otto mesi) e un’unica assoluzione. Ora, con la richiesta di processo per i 16 diffamatori, la giustizia si appresta a chiudere anche il conto rimasto aperto sul fronte della gogna virtuale.
