Uno studio internazionale coordinato dal Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e pubblicato sulla rivista scientifica ScienceDirect riscrive le dinamiche, le dimensioni e la cronologia dell’eruzione del Tufo Giallo Napoletano, uno degli eventi vulcanici più significativi nella storia dei Campi Flegrei.
I risultati della ricerca – frutto della collaborazione tra l’Ateneo barese, l’INGV, il CNR, le Università di Bologna, Siena, Molise e l’Université Paris-Saclay – collocano con nuova precisione l’eruzione a 13.980 (±140) anni fa. Le analisi condotte su ceneri e pomici hanno rivelato che l’evento ebbe un andamento fortemente pulsante e che l’esplosività fu innescata dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas, ridimensionando l’impatto finora attribuito al contatto con acque esterne. «Caratteristiche ritenute finora prova dell’interazione tra magma e acqua possono invece svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas magmatici», ha spiegato il professor Roberto Sulpizio, docente dell’Università di Bari e autore corrispondente dello studio.
La ricerca ridimensiona in modo netto anche il volume di magma complessivamente emesso (Dense Rock Equivalent, DRE), finora stimato in oltre 40-50 chilometri cubi e oggi ricalcolato tra i 16 e i 20 chilometri cubi DRE. Viene infine capovolto il classico modello geologico di formazione della caldera: non si verificò un unico sprofondamento catastrofico “a pistone” dell’intera area centrale, bensì un collasso progressivo e localizzato lungo le strutture di faglia preesistenti tra la piana di Agnano e l’area del Gauro. Pur non formulando previsioni sulla crisi bradismica in corso nei Campi Flegrei, i nuovi dati forniscono parametri fondamentali per comprendere i comportamenti delle caldere attive in aree ad alta densità abitativa e affinare i modelli di protezione civile.
