È una traiettoria lunga oltre cinquant’anni quella di Giuseppe Sylos Labini, artista e docente che ha attraversato stagioni decisive dell’arte contemporanea italiana e pugliese.
Dalla prima personale alla galleria Pino Pascali di Polignano a Mare, poi docente ordinario di Decorazione a Palermo e a Bari, fino alla direzione dell’Accademia di Belle Arti di Bari (2012–2018), passando per il ruolo di vicepresidente della giunta dei direttori delle Accademie italiane, il suo percorso tiene insieme pratica artistica, didattica e visione istituzionale. Oggi continua ad interrogarsi sul senso del fare arte nel presente.
Professore, partiamo da una provocazione: esistono ancora pittori che dipingono col pennello?
«È una domanda che va un po’ spostata. Non si tratta solo del pennello, ma delle tecniche tradizionali nel loro insieme. Il pennello, la creta, l’acquarello: sono strumenti e linguaggi che appartengono a una tradizione lunga, e che continuano a essere attuali. L’acquarello, per esempio, lo ritroviamo perfino nei film d’animazione. Il punto è che queste tecniche non sono affatto superate: possono convivere con il contemporaneo. Io stesso le ho apprese dai miei maestri e le ho insegnate ai miei studenti. Il progetto nasce sempre da un’idea, e quell’idea ha bisogno di essere disegnata, costruita. Il disegno, come diceva Leonardo, è un fatto mentale. Senza questa base, anche le tecnologie rischiano di restare superficiali».
Oggi però non le sembra che il disegno venga spesso sostituito dalla tecnologia, soprattutto tra i più giovani?
«Sì, accade sempre più spesso. I giovani artisti vivono dentro una cultura della velocità, diversa persino da quella dei futuristi. La tecnologia consente di fare tutto rapidamente, ma spesso sostituisce il tempo necessario alla costruzione dell’opera. Quando visito mostre di giovani, vedo un uso molto diffuso degli strumenti digitali. Non è un male in sé, ma diventa un limite se manca la base. Io ho avuto la fortuna di formarmi con maestri come Spizzico, De Robertis, Colonna, De Palma. Quella formazione ti dà un metodo, una disciplina dello sguardo. Oggi non tutti hanno avuto questa possibilità».
A questo proposito, restando in Puglia, come è cambiato il clima artistico rispetto alla generazione dei suoi maestri?
«È cambiato molto, anche se non saprei dire se in meglio o in peggio. Ci sono giovani artisti validi, seri, che portano avanti un discorso coerente. Ma il punto resta sempre lo stesso: siamo figli dei maestri. Chi ha saputo recepire quella lezione oggi riesce a sviluppare un linguaggio proprio. Il problema non è la mancanza di talento, ma la continuità. L’arte ha bisogno di radici, di trasmissione. Senza questo passaggio, il rischio è di restare in superficie».
Se dovesse indicare un pericolo per chi oggi vuole fare l’artista, quale sarebbe?
«Seguire la moda. È il rischio più grande. Se sei alla moda oggi, domani sei già fuori. È una contraddizione apparente, ma molto concreta. La vera sfida è trovare se stessi, ed è difficilissimo. Serve un’energia autentica, una necessità interiore. Senza quella, si rischia di inseguire modelli esterni che cambiano continuamente. Questo vale ovunque, non solo in Puglia».
Parliamo dei luoghi dell’arte a Bari: gallerie e spazi espositivi. Che situazione vede oggi?
«Le gallerie sono drasticamente diminuite. Venticinque anni fa ce n’erano almeno venti, se non di più, e molte anche in provincia. Oggi ne restano quattro o cinque. È cambiato il mercato, è cambiato il rapporto con l’opera d’arte. Resistono soprattutto gli artisti già affermati, che rappresentano anche un investimento. Sul versante degli spazi pubblici, invece, Bari offre oggi luoghi straordinari: penso al Mercato del pesce, a Palazzo Starita, agli spazi di Bari Vecchia, alla Pinacoteca. I contenitori ci sono, e sono di grande qualità. Quello che manca è una programmazione. Servirebbe un comitato stabile, composto da artisti, critici, docenti, capace di coordinare l’offerta culturale. Bari è ormai una città turistica, lo vediamo ogni giorno. Ma accanto al turismo serve una proposta culturale forte, continua. Abbiamo una storia importante, quella della pittura pugliese, che però è ancora poco conosciuta. E senza memoria, anche il presente rischia di perdere consistenza».
Lei sembra molto attento alla dimensione umana dell’arte, anche attraverso i suoi ricordi personali. Quanto pesa oggi questa mancanza?
«Pesa molto. Un tempo c’era un fermento diverso: si frequentavano le botteghe, si andava a vedere le mostre, si parlava. Io andavo spesso da Francesco Spizzico, osservavo il suo lavoro, ascoltavo. Oggi tutto questo è più raro. È come se mancasse una dimensione condivisa, un’esperienza diretta. Eppure il fare arte resta un fatto profondamente umano. Io, ancora oggi, provo emozione quando entro nel mio studio e lavoro da solo. Leonardo diceva: “Sii solo e sarai tutto tuo”. È una frase difficile da spiegare oggi, ma contiene una verità profonda. L’arte nasce anche da quella solitudine, da quel rapporto diretto con il proprio lavoro. Senza questo, diventa difficile costruire qualcosa di autentico».










