Dopo le tappe di Bari e Matera, la terza edizione degli Stati Generali del Patrimonio Industriale si conclude oggi tra Maglie, che ospita il Museo Archeoindustriale di Terra d’Otranto, e la Ex Distilleria De Giorgi di San Cesario di Lecce, con una plenaria dedicata al tema «Tradizione e modernità nella produzione industriale in Puglia» e alla presentazione di casi di studio di storiche aziende regionali.

Tra i presidenti del congresso – insieme ad Antonella Guida e Antonio Monte – c’è Fabio Fatiguso, prorettore del Politecnico di Bari e presidente di ArTec, Società Scientifica dell’Architettura Tecnica. Con lui approfondiamo lo stato del patrimonio industriale nell’area del barese, tra recuperi già avviati e prospettive ancora aperte.
Professor Fatiguso, quali sono oggi i siti più interessanti del patrimonio industriale a Bari e nella sua provincia e quali le priorità di intervento?
«A Bari e nel barese sono stati già realizzati alcuni interventi di recupero del patrimonio industriale: pensiamo alla Cittadella della Cultura nell’ex Macello, al recupero della Manifattura Tabacchi nel nuovo campus del CNR, oppure agli alloggi nella ex distilleria di Barletta assegnati nei giorni scorsi ai futuri residenti. Alcuni interventi ci sono, resta però un grande patrimonio ancora da recuperare. Penso alle officine Scianatico, nella zona della Fiera, vincolate prima della demolizione; ai capannoni e agli spazi storici della Fiera del Levante, che potrebbero essere oggetto di una valorizzazione; e poi a tutto il patrimonio dei molini e dei pastifici dell’area murgiana, oggi abbandonati. È un patrimonio molto grande, in parte costituito da episodi isolati, in parte da edifici a rete che potrebbero essere valorizzati in una logica di networking».
Oltre alle architetture industriali più note, esiste anche un patrimonio meno visibile?
«C’è tutto un patrimonio proto-industriale legato alle manifatture agricole, ai trappeti, ai palmenti e ad altri luoghi della produzione. Quando parlo di valorizzazione non parlo soltanto nell’ottica della musealizzazione: una parte di questo patrimonio può diventare museo, però gran parte deve trovare una nuova destinazione d’uso compatibile con la conservazione dell’edificio e con la memoria materiale e immateriale della cultura del lavoro che si svolgeva in quei luoghi. La Cittadella della Cultura, trasformata in Archivio di Stato e Biblioteca nazionale, è un esempio in tal senso».
Ci sono altri complessi che, a suo avviso, meritano attenzione nel territorio barese?
«Penso all’area della Stanic, alla centrale elettrica, a un patrimonio che può e dovrebbe essere valorizzato. E poi al Consorzio ASI fra Bari e Modugno, dove esistono elementi pregevoli di architettura industriale anche contemporanea, come il Nuovo Pignone progettato dallo studio Chiaia e Napolitano. Anche nella continuità dell’uso industriale questi luoghi potrebbero vedere una valorizzazione, insieme ad altri edifici che conservano qualità architettoniche e testimonianze importanti. Esiste poi anche un patrimonio architettonico all’interno dei porti fatto di silos, magazzini, moli, gru e altri elementi tipici, spesso sottoutilizzati o abbandonati perché le attività portuali incombono. È un patrimonio da salvaguardare e da restituire alla città, integrandolo nelle attività portuali. A Bari, per esempio, i silos granari, il molo borbonico o l’edificio della Dogana all’ingresso sono testimonianze che devono essere conservate e valorizzate».
Quali condizioni sono necessarie perché questi processi di recupero possano davvero partire?
«C’è bisogno di mettere attorno allo stesso tavolo i diversi attori: l’università, con il portato di studi e ricerche svolte negli ultimi vent’anni; le amministrazioni; i proprietari; i professionisti chiamati a intervenire, che devono acquisire una cultura del patrimonio industriale. Altrimenti il rischio è che l’intervento diventi troppo trasformativo e faccia perdere la memoria del fabbricato».
Come evitare i due rischi di una musealizzazione totale o, al contrario, di trasformazioni radicali, cui ha fatto cenno?
«Il punto intermedio è quello che chiamiamo “conservazione integrata”. Significa mettere in campo le pratiche del restauro dei monumenti e, allo stesso tempo, introdurre funzioni contemporanee che restituiscano il bene a una fruizione attuale. Sono approcci largamente utilizzati in Europa; in Italia risentiamo del fatto di detenere una parte enorme del patrimonio storico mondiale e abbiamo un atteggiamento molto conservativo. Questo è giusto per non perdere la memoria, però non significa che dobbiamo musealizzare tutto: sarebbe impossibile».










