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A Monopoli torna Phest, occhi negli occhi con il presente: «Pensare il possibile per cambiare la realtà»

Dal 7 agosto all’1 novembre 2026 Phest - Festival internazionale di fotografia e arte torna a Monopoli per la sua undicesima edizione, trasformando ancora una volta la città in un laboratorio diffuso di immagini, visioni e narrazioni. Eppure chiamarlo festival è quasi riduttivo: è un dispositivo culturale che negli anni ha superato il milione e…
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Dal 7 agosto all’1 novembre 2026 Phest – Festival internazionale di fotografia e arte torna a Monopoli per la sua undicesima edizione, trasformando ancora una volta la città in un laboratorio diffuso di immagini, visioni e narrazioni. Eppure chiamarlo festival è quasi riduttivo: è un dispositivo culturale che negli anni ha superato il milione e mezzo di presenze, con oltre 250 mostre, più di 400 artisti coinvolti e 4.500 opere esposte, costruendo un immaginario che attraversa il Mediterraneo e lo riscrive. Al centro dell’edizione 2026 c’è una domanda: «What if?». Un interrogativo che va oltre l’esercizio creativo. In un presente saturo – guerre, crisi climatica, identità fragili – immaginare diventa quasi sospetto. O, al contrario, inevitabile.

Immaginare non è fuggire

«Esiste sempre il rischio che l’immaginazione diventi evasione, soprattutto quando il presente scotta», spiega la project manager della manifestazione, Cinzia Negherbon. Ma è proprio in quel punto di attrito che il festival sceglie di stare. «Nel contesto di PhEST, l’immaginazione si configura come una strategia di sopravvivenza, un atto politico». Non c’è romanticismo in questa posizione. Piuttosto una presa d’atto: «Non si può cambiare ciò che non si riesce a ipotizzare». Il «What if?» diventa allora una crepa nel reale, una sospensione che permette di pensare ciò che ancora non esiste. Non fuga, ma espansione. Un modo per «evitare che il reale ci schiacci». È qui che Phest si colloca: non nella rappresentazione del mondo, ma nel suo possibile slittamento.

Restare fedeli e crescere

Dopo oltre dieci anni, il rischio più grande è diventare sistema. Perdere attrito. «Restare fedeli all’identità originaria significa proteggere una visione orizzontale che mette in dialogo il locale con il globale, senza perdere le radici pugliesi», continua Negherbon. La bussola resta il Mediterraneo. Non come sfondo, ma come campo di tensioni: Sud, Balcani, Medio Oriente, Africa. Monopoli diventa un punto di osservazione, ma anche un dispositivo narrativo. «Restare fedeli significa continuare a usare Monopoli come osservatorio privilegiato per ridefinire l’immaginario del Sud». Il festival non si limita a occupare spazi: li riattiva. Case private, botteghe, chiese, palazzi abbandonati. «Riabitare questi luoghi è un atto politico contro l’omologazione del turismo di massa». Fedeltà, allora, non è conservazione. È tensione. Una linea sottile tra radici e trasformazione. Accanto alle mostre, torna anche la «Phest Pop-Up Open Call» – fino al 13 maggio – che nelle ultime edizioni ha raccolto migliaia di candidature da tutto il mondo, e proseguono i progetti di residenza artistica sul territorio, come quello affidato nel 2026 all’italo-canadese Sara Angelucci nella riserva di Torre Guaceto.

La città che diventa opera

Nel tempo, Phest è entrato nel substrato umano e culturale di Monopoli. «Ha costruito un dialogo profondo con la città, trasformandosi in un modello di sviluppo territoriale inclusivo». Non è solo una questione di pubblico o artisti. È un sistema di relazioni. Le mostre nelle case, nei negozi, negli spazi quotidiani: il visitatore entra nella città, non la attraversa soltanto. «Non è un dialogo unidirezionale: mentre Phest porta il mondo a Monopoli, la città offre il suo vissuto e le sue pietre per dare corpo alle visioni artistiche». E poi c’è il lavoro, invisibile ma decisivo. Tecnici, artigiani, giovani, professionisti locali. «Solo chi conosce i tempi, la luce e il carattere di Monopoli può raccontarla e trasformarla con efficacia». Phest funziona così: porta il mondo in Puglia e costringe il mondo a passare da lì. E a fare i conti con una domanda che resta aperta, ostinata, politica: e se le cose potessero andare diversamente?

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