Le ultime operazioni di spoglio legate alle elezioni legislative in Israele restituiscono la fotografia di un Paese profondamente spaccato e congelato in uno stallo istituzionale da cui appare complesso uscire. Con il 66,2% delle schede scrutinate, la coalizione guidata dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu si attesta a 56 seggi parlamentari, precedendo il blocco dell’opposizione accreditato di 48 seggi e guidato da Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar. La vera discriminante del voto risiede tuttavia nell’avanzata delle formazioni arabo-israeliane, capaci di conquistare 16 seggi complessivi e pronte a recitare un ruolo determinante per le future maggioranze.
L’affluenza alle urne ha fatto registrare un dato record pari al 77,7% dei 5,7 milioni di elettori aventi diritto, segnando il picco di partecipazione più alto dalle consultazioni del 1999. Rimangono temporaneamente al di sotto della soglia di sbarramento i partiti minori I Riservisti al 2,7%, Amcha Israel al 1,6% e Haredi Public allo 0,2%. L’esito finale della competizione politica rimane subordinato alle operazioni di scrutinio delle oltre 500mila “doppie buste”, il cui conteggio per i militari e il personale diplomatico prenderà il via verso mezzanotte sotto le direttive di Elad Nave, direttore del comitato elettorale centrale.
Le strategie dei leader: dal rilancio della destra all’apertura al blocco arabo
Rivolgendosi ai propri sostenitori nella sede del comitato elettorale del Likud a Gerusalemme, Netanyahu ha sottolineato il primato del proprio partito e tracciato la rotta per le trattative istituzionali: «Dobbiamo formare un ampio governo di destra nazionale, forte, e fare di tutto perché non venga formato un governo con il sostegno dei partiti arabi». Nel corso del suo intervento, il premier ha evidenziato l’alleanza strategica con la presidenza americana presieduta da Donald Trump, parlando della «opportunità storica» per eliminare la minaccia rappresentata dall’Iran. Sul fronte opposto, Gadi Eisenkot ha assicurato il massimo impegno per avviare il cambiamento preteso dagli elettori. Un’inversione di rotta più decisa è stata invocata da Yair Golan, leader dei Democratici, che ha sollecitato l’opposizione a stringere un patto con le componenti arabo-israeliane per raggiungere la quota di 65 seggi utili a estromettere la destra.
Sulla tornata elettorale è giunto il diretto commento di Donald Trump, che sul proprio canale telematico Truth ha rivendicato l’efficacia della propria ingerenza politica: «Quando il presidente Trump ha espresso il suo sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione è completamente cambiata, e ora quella che sembrava una sconfitta per un grande primo ministro appare essere un’insperata rimonta». L’evoluzione del quadro governativo sarà condizionata dalla valutazione del presidente Isaac Herzog, atteso al conferimento dell’incarico dopo la chiusura delle verifiche formali. In assenza di intese strutturali, Netanyahu rimarrà alla guida dell’esecutivo ad interim, mantenendo aperta la strada per un eventuale e immediato ritorno alle urne.
