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Autonomia differenziata in Piemonte tra critiche e opportunità. Intervista ad Alberto Cirio: «Risposte rapide e adatte ai bisogni»

Autonomia differenziata in Piemonte tra critiche e opportunità. Intervista ad Alberto Cirio: «Risposte rapide e adatte ai bisogni»

Di Lorenzo Zaccagnini

Con il via libera prima del Senato e poi della Camera agli schemi delle pre-intese, il percorso per l’autonomia differenziata del Piemonte entra nella fase decisiva. Permangono tuttavia dubbi e preoccupazioni, per le quali abbiamo chiesto risposte al presidente di Regione Alberto Cirio.

Voci critiche sostengono che a giovare davvero dell’autonomia saranno principalmente Lombardia e Veneto, mentre le regioni del nordovest ne risulteranno penalizzate. In che termini ritiene che possa tradursi in un’opportunità per il Piemonte?

«L’autonomia differenziata è prevista dalla nostra Costituzione e il Piemonte ha avviato questo percorso perché rappresenta un’opportunità concreta di crescita e efficienza per le Regioni, che hanno la possibilità di costruire risposte più aderenti alle proprie caratteristiche economiche, sociali e territoriali. Il Piemonte ad esempio presenta esigenze molto specifiche: una vasta area montana, territori periferici e scarsamente popolati, un sistema produttivo articolato e una posizione strategica nei collegamenti europei. Disporre di maggiori strumenti decisionali significa poter intervenire con maggiore rapidità e precisione su questi temi, e questo è sicuramente un bene. Tant’è, mi piace ricordarlo al di là delle polemiche, che il percorso per l’autonomia in questa regione è nato quando governava un’amministrazione di colore politico diverso. La richiesta è partita quando il presidente era Sergio Chiamparino, e noi da quella siamo partiti, implementando il numero di materie su cui chiedere non maggiori poteri, ma maggiori responsabilità».

Il tema sanità è tra i più dibattuti in Piemonte, regione che ha un previsionale con uno sbilancio di 879 milioni di euro ed un consolidato di 209. Dove dovrebbe trovare le risorse per pagare di più medici e infermieri? Non conviene di più una sanità solidale che una autonomista?

«Facciamo chiarezza sui numeri: non esiste un previsionale che porti quella cifra. Esistono le richieste delle Asl che ogni anno sono ben superiori a quello che è poi il conto alla fine. Lo scorso anno i numeri erano simili e alla fine gli extra costi per la sanità nel 2025 sono stati pari a 209 milioni. Parlo di extra costi, perché il Piemonte sceglie di investire ogni anno in sanità più risorse rispetto a quelle assegnate dal fondo sanitario nazionale. Lo fa perché questa è una Regione che assiste i più fragili, che garantisce servizi non previsti dai Lea, ma di cui i cittadini hanno bisogno, che ha molte aree interne, come ad esempio il Canavese, e sceglie anche in quelle zone di mantenere presidi di cura e soccorso. Penso al punto di primo soccorso dell’ospedale di Cuorgnè che la Regione ha deciso di riaprire e finanziare perché siamo convinti che il diritto alla salute debba essere lo stesso sia in città che in un un paesino di montagna. Chiarito questo, il tema centrale è dare al Piemonte strumenti più efficaci per affrontare la carenza di personale, soprattutto nelle aree montane, periferiche e disagiate, dove oggi è particolarmente difficile attrarre e trattenere medici, infermieri e altri professionisti. E qui l’autonomia ci può aiutare, perché consente di prevedere incentivi per chi sceglie di lavorare in queste aree».

Sempre sul tema sanità, si prevede anche un aumento del turismo sanitario. I costi restano a carico delle Regioni di provenienza dei pazienti, ma i cittadini del Nord non rischiano di vedere così allungarsi le liste d’attesa, problema già critico per il Piemonte?

«La mobilità sanitaria esiste già e non nasce certo con l’autonomia differenziata. È dovuta a fattori geografici e tendenze consolidate e si riduce con servizi sanitari di qualità e con operazioni come quella che ha portato, dopo oltre vent’anni, a ottenere il riconoscimento Irccs per l’ospedale di Alessandria e con i percorsi che abbiamo avviato per altri ospedali piemontesi, come i percorsi di eccellenza nelle scienze pediatriche e ortopediche, nella cura delle patologie del rene e nei trapianti. Il problema delle liste d’attesa riguarda tutta l’Italia e non nasce certo oggi. È decennale e con il Covid si è ulteriormente aggravato. In Piemonte stiamo lavorando per ridurre le attese e i dati pubblicati da Agenas qualche giorno fa certificano che siamo sulla buona strada e che il Piemonte offre buone pratiche a livello nazionale, come le visite programmate la sera e nei fine settimana, anche se rimangono problemi e difficoltà su cui continuiamo a lavorare ogni giorno con l’unico e prioritario obiettivo di garantire ai piemontesi una sanità veloce, efficiente, pubblica e di altissima qualità. L’obiettivo è rafforzare la capacità del Piemonte di curare i propri cittadini e contemporaneamente mantenere un sistema sanitario di qualità e attrattivo. Una maggiore autonomia organizzativa può aiutarci a trattenere i professionisti, coprire i posti vacanti nelle aree più disagiate, programmare meglio le strutture e utilizzare in modo più flessibile le risorse».

Gli accordi attribuiscono alla Regione maggiori competenze anche in tema di gestione dell’emergenza e di formazione della Protezione civile. Anche a fronte dei tanti incendi dell’ultimo mese, una gestione autonoma di questi eventi è davvero più efficace?

«Con l’autonomia la Regione potrà dichiarare subito lo stato di emergenza in caso di calamità naturale, come oggi fa ad esempio il Friuli Venezia Giulia. L’obiettivo non è sostituire la Protezione civile nazionale o indebolire il coordinamento dello Stato, ma quello di velocizzare le pratiche per poter intervenire con maggiore tempestività ed efficacia in caso di calamità e disastri ambientali. Oggi in caso di emergenza scatta l’intervento di soccorso, ma per avviare formalmente le pratiche, e soprattutto sbloccare le risorse, la Regione chiede il riconoscimento dell’emergenza e poi lo Stato avvia le verifiche. Con l’autonomia, questo percorso sarebbe più veloce e soprattutto in capo a chi è sul territorio e vede da vicino la portata dei danni. La protezione civile è un’eccellenza a livello italiano che il Piemonte mette da sempre a disposizione del mondo. Ad esempio dopo il terremoto in Turchia, nel 2023, ad Antiochia, città distrutta del sisma, c’erano solo due ospedali attrezzati a tempo record per soccorrere e curare la popolazione: uno era degli Stati Uniti d’America, l’altro era del Piemonte. Le nostre squadre sono state in Venezuela nelle scorse settimane e siamo sempre in prima linea ogni volta che c’è un’alluvione o un incendio, abbiamo personale e volontari addestrati a intervenire in situazioni di grave emergenza. Con l’autonomia potremmo migliorare ancora sul tema della formazione».

Gli accordi prevedono anche maggiore libertà a livello di previdenza complementare e integrativa per i dipendenti regionali. Strumenti a cui però oggi non sono in pochi a guardare con timore. Si intende procedere in questa direzione?

«Le pre-intese consentono alla Regione di promuovere, disciplinare e finanziare forme di previdenza complementare e integrativa per alcune categorie professionali o per chi accetta di lavorare in territori nei quali è più difficile reperire personale, ad esempio i sanitari o gli insegnanti. Offrire condizioni integrative più favorevoli può contribuire a rendere maggiormente attrattivi incarichi che oggi spesso rimangono scoperti. La stessa Regione Piemonte ha indicato questa possibilità tra gli obiettivi dell’accordo preliminare».