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Cultura e Spettacoli Taranto

Taranto, la vita in cella diventa una mostra: il racconto con gli oggetti quotidiani

Pochi metri quadrati per ridisegnare il perimetro di una vita. Si chiama «2,30 x 4,30 – Libertà condizionata», la mostra sul significato di libertà e di tempo realizzata dall’associazione Noi e Voi, presieduta da don Francesco Mitidieri, con l’associazione «Sano/Sano». Un percorso immersivo che giunge al termine di settimane di laboratorio con gli adulti e i minori del circuito penale che frequentano, al quartiere Paolo VI, il centro socio-rieducativo Fieri Potest nell’ex monastero di clausura di Casa madre Teresa.

I temi

Detenzione, responsabilità personale, rielaborazione della pena e possibilità di cambiamento sono i mondi con cui i visitatori della mostra entrano in contatto attraverso diversi linguaggi artistici, in una riproduzione della vita in cella che è un viaggio temporale tra passato, presente e futuro. «Il progetto – racconta la pedagogista Elisabetta Calabrese – ha coinvolto 14 utenti, tra cui due giovani ventenni. Il primo passo per loro è stato esplorare l’io bambino, per far tornare alla mente cosa li ha resi felici e liberi da piccoli. Alcuni non avevano vissuto un’infanzia serena, altri sentivano di non averla vissuta affatto. Per molti modellare oggetti con l’argilla, colorarli, erano attività nuove, mai fatte neanche da bambini. Nel corso delle settimane sono arrivati a nuove consapevolezze. L’arte è servita come strumento per riconnettersi alla loro dimensione emotiva, con uno sguardo anche al futuro, inteso come possibilità di cambiamento personale e riscatto».

Il libro

Le riflessioni con i detenuti, raccolte da Giorgio Di Palma e Dario Miale nei mesi di laboratorio, sono finite in una pubblicazione. «Un ragazzo ci ha raccontato che stando in cella non si misurano più le distanze, non si riconoscono più gli ostacoli e diventa difficile riuscirci una volta fuori. Un altro che sognava il momento in cui avrebbe utilizzato di nuovo delle posate di acciaio e non di plastica». Nel libro, spiegano i due autori, «ci siamo completamente messi da parte e siamo convinti di aver fatto bene a farlo».

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