Si sarebbero adoperati per procurarsi armi e munizioni che dovevano essere utilizzate per un agguato ai danni di un esponente di un gruppo criminale rivale, attivo nel quartiere Salinella di Taranto, a causa di violenti contrasti insorti per il controllo del territorio e della gestione della piazza di spaccio. Il tentativo, però, è fallito grazie al tempestivo intervento della Guardia di finanza.
I fatti sono accaduti il 29 agosto scorso, nel capoluogo ionico, e oggi i finanzieri hanno arrestato cinque persone. In casa di uno degli indagati, nel corso di una perquisizione, è stata trovata anche una pistola che avrebbe dovuto essere utilizzata per l’agguato: una semiautomatica Beretta calibro 7.65.
A conclusione delle indagini, i militari del comando provinciale di Taranto hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dei cinque emessa dal gip del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia.
Le accuse a carico degli indagati sono di detenzione e porto in luogo pubblico di arma comune da sparo, aggravati dal “nesso teleologico”.
In carcere sono finiti Domenico Salamina, detto Nico, di 36 anni; Antonio De Mitri, di 23 anni; Francesco Alex Colella, 22 anni; Riccardo De Pace, di 18 anni; e Cosimo De Lauro,di 29 anni. I primi quattro rispondono di concorso in tentato omicidio pluriaggravato dalla premeditazione e dal metodo mafioso. A Salamina l’ordinanza è stata notificata in carcere.
Il gruppo, stando alle contestazioni, aveva pianificato un agguato contro due esponenti del clan rivale degli Appeso, presunti esattori del pizzo imposto sulla piazza di spaccio della Salinella, circa settemila euro al mese.
Le Fiamme gialle, intercettando conversazioni ritenute decisive, sono intervenute prima che l’attacco potesse essere compiuto. Salamina, che era già detenuto, è indicato quale mandante; De Mitri come portavoce degli ordini di Salamina, Colella e De Pace quali esecutori materiali. De Lauro è accusato, invece, in concorso con gli altri, di detenzione e porto in luogo pubblico di arma comune da sparo aggravato dal nesso teleologico.
Sarebbe stato lui a cedere a De Mitri una pistola calibro 7.65 (poi ritrovata dagli inquirenti). Ma il gruppo si sarebbe procurato anche una seconda arma, nello specifico una pistola calibro 38.
Secondo gli investigatori, Salamina, già detenuto, avrebbe impartito ordini dall’interno del carcere tramite un cellulare custodito illegalmente, guidando un presunto sodalizio attivo nello spaccio. Per questo risponde anche di uso illecito di telefono in carcere.
L’inchiesta, più in generale, riguarda un presunto traffico di droga (il reato associativo è contestato a 19 indagati) che sarebbe stato gestito da Salamina e da due fratelli già noti alle forze dell’ordine con «struttura – contestano gli inquirenti – tipicamente piramidale».