Rosaria Scialpi ha trent’anni, è filologa, saggista, poetessa e docente di Storia delle donne d’Italia. Nei giorni scorsi ha ricevuto il Premio «Città delle Tagghjate» per la sezione Cultura, riconoscimento che ha premiato il suo impegno nella riscoperta dell’identità storica e letteraria del Mezzogiorno e nella valorizzazione di autrici e autori rimasti ai margini del canone. Un lavoro che parte da Taranto e guarda al Mediterraneo, fra memoria, stereotipi e possibilità di costruire cultura restando al Sud.
Scialpi, nella motivazione del Premio si parla della sua attività come di un’«operazione etica e civile» contro l’emarginazione editoriale degli autori e soprattutto delle autrici del territorio. Quanto c’è ancora da riportare alla luce?
«Moltissimo. Credo esista un vero asse meridionale della letteratura che andrebbe inserito nel canone non in contrapposizione alle linee lombarda, ligure o fiorentina, ma accanto ad esse, come parte della letteratura nazionale. La marginalizzazione degli scrittori del Mezzogiorno riguarda il Novecento ma continua ancora oggi. Basta aprire un manuale scolastico. Non è un problema di qualità, ma anche il riflesso di una questione meridionale ancora viva. Per le donne la marginalizzazione è spesso doppia: geografica e di genere. Il Sud, inoltre, porta con sé una storia stratificata di incontri e contaminazioni: greci, arabi, normanni, francesi, spagnoli. È una cultura complessa, troppo spesso ridotta a stereotipi. Per questo occorre tornare alle fonti e restituire questa complessità».
Nelle sue lezioni di Storia delle donne ha scelto di inserire anche le donne tarantine. Quali figure ritiene necessario riscoprire?
«Ho dedicato attenzione alle donne della Magna Grecia e l’interesse degli studenti è stato molto forte. Ci sono figure leggendarie come Lisea, che rifiuta di sottomettersi a Roma, ma anche personaggi storici. Penso a Maria d’Enghien, che difese Taranto mettendo a rischio la propria vita; a Giovanna Sicari, poetessa del Novecento troppo spesso ricordata soltanto come moglie di Milo De Angelis; ad Anna Fougez, che affidò anche alla propria autobiografia la rivendicazione di una personalità autonoma; o a Caterina Ricciardi Tateo, impegnata nella causa risorgimentale. Ma mi interessa anche la storia delle donne comuni, quelle che non hanno lasciato un nome scolpito nella pietra e che hanno contribuito ogni giorno alla vita della città. Dalle fonti emerge una grande attenzione alla cura del corpo, all’abbigliamento, all’artigianato e alla danza. E c’è una tenacia che arriva fino alle donne tarantine di oggi, impegnate anche nelle battaglie ambientali».
Lei lavora a Taranto e una parte importante della sua ricerca ruota intorno alla Magna Grecia e al Mediterraneo. Come si costruisce oggi un’identità mediterranea senza cadere nella nostalgia?
«Anzitutto sottraendosi all’immagine da cartolina proposta dalla televisione e dal web. Taranta e pizzica, per esempio, non sono semplicemente un ballo estivo o qualcosa da trasformare in una hit: hanno una profondità rituale e culturale che va conosciuta prima di essere rivisitata. Lo stesso vale per certe rappresentazioni rassicuranti del ritorno al paese: rischiano di raccontare il Sud soltanto attraverso lo sguardo di chi torna per pochi giorni e poi riparte. La realtà è molto più complessa. Bisogna partire dall’osservazione del presente e dallo studio rigoroso delle fonti. Conoscere le proprie radici non significa celebrarle, ma capire chi siamo stati per comprendere chi siamo e dove possiamo andare. Anche una possibile riconversione culturale e industriale di Taranto deve partire da qui. Amare una città non significa nasconderne i problemi: significa riconoscerne punti di forza e debolezze e raccontarla senza bugie consolatorie, ma anche senza cedere al disfattismo».
Il Premio valorizza le giovani eccellenze pugliesi. Per una giovane intellettuale è davvero possibile costruire il proprio percorso restando al Sud?
«Non è facile, e a Taranto lo è forse ancora meno. La spinta ad andare altrove resta forte, non per ingratitudine verso la propria terra, ma perché spesso mancano le opportunità. Una scelta è tale soltanto quando esistono alternative: se per studiare o lavorare si è costretti ad andare via, non si può parlare davvero di scelta. Questo vale soprattutto per chi ha una formazione umanistica. Sul territorio tarantino vedo molte associazioni, privati e cittadini che si impegnano, ma avverto una presenza insufficiente delle istituzioni. Non si può edificare un palazzo senza fondamenta: i singoli possono fare molto, ma serve un motore pubblico capace di creare occasioni, spazi e forme di accoglienza. Altrimenti non ci si può sorprendere se tanti giovani vivono sospesi fra restare e partire. Io continuo a lavorare qui, a divulgare, a provare a costruire. Ma a volte si incontra un muro persino all’interno della propria comunità. È un problema antico: già nel Novecento Giacinto Spagnoletti denunciava la scarsità di opportunità nel Mezzogiorno e una forma di ostracismo verso i suoi stessi figli».
