C’è preoccupazione per l’avvio dei corsi di formazione chiamati a reinserire nel mercato del lavoro i circa 300 operatori portuali che da oltre un decennio attendono una reale ripresa occupazionale. I sindacati confederali e le sigle del settore Trasporti hanno chiesto un incontro urgente alle istituzioni e ai rappresentanti politici del territorio per affrontare la vertenza che riguarda i lavoratori portuali iscritti nelle liste speciali della Taranto Port Workers Agency (gli ex dipendenti di Taranto container terminal). La richiesta è stata indirizzata al presidente dell’autorità portuale Giovanni Gugliotti, al sindaco Piero Bitetti, al presidente della Provincia Gianfranco Palmisano, al presidente della Regione Antonio Decaro, ai senatori Mario Turco e Vita Maria Nocco e ai deputati Dario Iaia, Vito De Palma, Giovanni Maiorano e Francesca Viggiano.
Il documento
L’ultimo incontro sul tema si è tenuto ad agosto dello scorso anno all’autorità portuale. Ora i sindacati sollecitano un nuovo confronto alla luce dell’imminente pubblicazione dei bandi dei progetti formativi collegati agli strumenti di politica attiva del lavoro. L’obiettivo è aprire un’analisi congiunta su una situazione che viene ritenuta delicata e non più rinviabile. Al centro della richiesta c’è l’urgenza di avviare i percorso formativi ed offire reali possibilità di ricollocazione prima di fine anno. Al 31 dicembre 2026, infatti, scade la validità della norma che ha istituito la società in cui sono attualmente collocati i lavoratori, che proprio fino a fine anno possono godere dell’indennità. Il tempo stringe e secondo i sindacati c’è il rischio che non ci sia tempo a sufficienza per lo svolgimento dei corsi, lasciando i beneficiari senza l’indennità che finora ha sostenuto le loro famiglie e senza la clausola sociale indispensabile per la ricollocazione. A questo si aggiunge un’altra criticità definita pesante dalle sigle, cioè l’assenza da oltre tre anni nel porto ionico di un operatore autorizzato alla fornitura di lavoro temporaneo. Un vuoto che per Cgil, Cisl e Uil rappresenta un danno alla competitività dello scalo e una concreta limitazione alle possibilità di reimpiego.
