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Minori violenti, Ceretti: «Dietro c’è rabbia e tante paure ancora da capire» – L’INTERVISTA

Nel delitto di Bakari Sako, 35enne maliano ucciso a Taranto il 9 maggio, l’Italia ha visto riflettersi alcune delle proprie paure più profonde

Minori violenti, Ceretti: «Dietro c’è rabbia e tante paure ancora da capire» – L’INTERVISTA

Nel delitto di Bakari Sako, bracciante di 35 anni originario del Mali ucciso a Taranto nella notte del 9 maggio, l’Italia ha visto riflettersi alcune delle proprie paure più profonde: la violenza improvvisa, la strada, il gruppo, il coltello, il corpo vulnerabile dell’altro trasformato in bersaglio. Per l’omicidio sono stati coinvolti anche minorenni tra i 15 e i 16 anni.

Adolfo Ceretti, professore di Criminologia e di Mediazione reo-vittima, lavora da anni con minori autori di reati. Con Lorenzo Natali ha firmato, per Raffaello Cortina, “Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro” e “Cosmologie violente. Percorsi di vite criminali”: due libri che interrogano le parole e i mondi interiori attraverso cui gli autori di crimini narrano a se stessi la propria violenza.

Professore, come si può evitare che l’indignazione pubblica trasformi il minore autore di reato soltanto in un «mostro»?

«Una doverosa premessa: le mie risposte prescindono dal fatto di cronaca, che come sempre non voglio commentare. Desidero fare una riflessione di carattere più generale. Un omicidio, soprattutto se commesso da minorenni, è un gesto che tocca i sentimenti della collettività. Che società siamo noi oggi? È la domanda che nasce sempre dal senso di sicurezza che viene violato quando una persona attacca mortalmente il corpo di un altro individuo. In questi casi è inevitabile che l’opinione pubblica si indigni. Più che indignata, inizia a essere attraversata da un senso di paura o, meglio, di angoscia individuale e collettiva. A nulla servono le statistiche, quelle ufficiali raccolte dall’autorità giudiziaria, che testimoniano come gli omicidi commessi da adolescenti siano diminuiti nei primi decenni di questo millennio e oggi rimangono stabili ben al di sotto dei 50 casi che si registravano intorno al 2000. Oggi gli studi clinici ci sensibilizzano molto rispetto all’incontro da parte degli adolescenti con il vuoto, un loro lento sprofondare nel nulla. C’è qualcosa dentro di loro, una rabbia contro di sé e il mondo. Sono convinto che siamo noi adulti che dobbiamo cambiare sguardo sui giovani. Soltanto un ascolto che restituisca all’attore del fatto il senso, per lui spesso sconosciuto, del perché lo ha commesso, potrà restituirgli una responsabilità, senza essere etichettato come un mostro».

Lei legge il reato minorile come evento biografico, relazionale e sociale. Cosa ci dice il ricorso di ragazzi giovanissimi a coltelli o armi per conflitti apparentemente futili?

«Leggere il fatto come un evento relazionale significa che nella biografia di quel ragazzo ha fatto quasi certamente la comparsa, probabilmente in età precoce, un adulto o un coetaneo significativo con il quale ha condiviso che l’uso di un’arma può essere una modalità non moralmente riprovevole per risolvere un conflitto significativo con gli altri. La mia percezione diretta, che nasce incontrando adolescenti in conflitto con la legge ogni settimana, è quella di un aumento nei giovani autori di reato dei sintomi internalizzati: ansia, paura, pressione nei confronti del mondo. Per noi questo dato significa che l’altro è visto come un estraneo, non un antagonista, ma una persona pericolosa, che fa paura. I ragazzi hanno dunque paura e si armano. In molti giovani che incontro nei centri di giustizia riparativa, la mente passa subito all’esperienza del confronto-scontro».

Giustizia riparativa e mediazione reo-vittima: quando c’è una morte, cosa significa «riparare» e ciò non rischia di apparire offensivo per le vittime?

«La giustizia riparativa, anche di fronte a ciò che sembra irreparabile o indicibile, non sarà mai offensiva nei confronti delle vittime e delle loro comunità, in quanto le vittime per entrare in un programma di mediazione devono dare il loro consenso, per poi parteciparvi in modo attivo e volontario. Se una vittima reputa la giustizia riparativa, che noi definiamo come la giustizia dell’incontro, dell’ascolto, un luogo non adatto per elaborare gli effetti distruttivi che derivano dalla commissione del reato, potrà astenersi dall’incontrare la persona indicata come autore dell’offesa. Questa è la cifra della dignità che la normativa sulla giustizia riparativa oggi in vigore in Italia restituisce alle vittime. Se, al contrario, chi è stato offeso reputa importante incontrare il volto del suo altro difficile, perché ritiene decisivo che solo interagendo con lei o lui possa elaborare il lutto, la rabbia, il rancore, il desiderio di vendetta, allora gli spazi di mediazione diventano i luoghi più adeguati per vittime e autori per elaborare assieme pensieri difficili sul fatto, le loro vite passate, future, il loro destino dentro la comunità».