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Cesare Veronico, l’uomo dietro il Medimex: «Taranto merita un altro racconto» – L’INTERVISTA

Veronico coordina Puglia Sounds e il Medimex, il festival che ha portato in Puglia Patti Smith, Massive Attack, Liam Gallagher, Iggy Pop e The Smile

Cesare Veronico, l’uomo dietro il Medimex: «Taranto merita un altro racconto» – L’INTERVISTA

Per capire Cesare Veronico bisogna immaginare un ragazzo del Sud, all’inizio degli anni Settanta, davanti alla copertina di Ziggy Stardust. Bowie alieno, androgino, diverso. Una tutina, colori impossibili, un mondo. A volte una biografia comincia così, con un disco che arriva da un altro pianeta. Da allora Veronico è stato dj, uomo di radio, organizzatore di concerti, proprietario di un negozio di dischi e di club. Oggi coordina Puglia Sounds e quindi il Medimex, il festival che negli anni ha portato a Taranto, in Puglia, Patti Smith, Massive Attack, Liam Gallagher, Iggy Pop e The Smile. Quest’anno la manifestazione – dal 17 al 21 giugno – ospita Pet Shop Boys, gli Slowdive, i Suede e soprattutto il gigantesco omaggio ai Ramones per i cinquant’anni del punk. Una superband newyorkese che rileggerà dal vivo il loro primo album, una mostra sul mito del CBGB e un video mapping sul Castello Aragonese: oltre la nostalgia, il tentativo di riportare in vita il momento esatto in cui quattro ragazzi con giubbotti di pelle e tre accordi cambiarono per sempre la cultura pop.

Veronico, lei è stato dj, uomo di radio, organizzatore, ha avuto un negozio di dischi. Se il Cesare Veronico ventenne entrasse oggi al Medimex da spettatore, cosa penserebbe?

«Innanzitutto non mi accorgerei della reale portata di un evento di questo tipo in Puglia e più in generale nel Sud. Considererei una manifestazione come questa come un dato acquisito, una cosa normale. E invece è un grande risultato ottenuto dalla Regione Puglia e da Puglia Culture: realizzare un evento musicale di portata internazionale che, nella sua specificità, considero il migliore in Italia. Poi credo che, come mi cambiarono la vita i dischi, le copertine e tutto quel mondo, anche un’esperienza come questa mi avrebbe segnato profondamente. Da ragazzo mi bastava ascoltare un disco per avvicinarmi in maniera appassionata alla musica e alla cultura più in generale. Un’emozione del genere avrebbe decuplicato quello che io provai allora, perché la portata degli artisti che abbiamo ospitato in questi anni, indipendentemente dai gusti, è stata enorme. Credo che avrebbe segnato indelebilmente il mio futuro».

Se le chiedo quale fu il primo disco che la fece innamorare?

«Ziggy Stardust di Bowie».

Perché?

«Innanzitutto basta vedere la copertina. Immagini un ragazzo del Sud, nel ’72, davanti a quella figura con quella tutina, quei colori, quell’immagine aliena, androgina, diversa. Combinata poi con la qualità di uno dei migliori album della storia. Fu veramente scioccante. E per un ragazzo di dodici anni significò una cosa enorme: mi portò immediatamente a considerare la diversità come un dato acquisito. Da allora non c’è stato nulla che potesse sorprendermi davvero nei rapporti umani. Credo che abbia lasciato un segno importante. Certo, conta l’educazione dei genitori. Però quell’impatto così forte completò qualcosa che probabilmente avevo già dentro».

Molti direttori artistici costruiscono festival come playlist. Lei sembra costruirli come autobiografie. Nel Medimex convivono Pet Shop Boys, Battiato, Jeff Buckley, hip hop, il Mediterraneo. Dove finisce il cartellone e dove inizia Cesare Veronico?

«C’è sempre un progetto di fondo. Quest’anno il tema è il rapporto tra punk e cultura pop. Mi divertiva molto questa cosa perché quando il punk nacque come elemento rivoluzionario era in contrasto netto con la cultura pop e rock che lo aveva preceduto. Poi però abbiamo visto che il punk ha avuto un’evoluzione ed è finito per diventare esso stesso parte della cultura pop. Perché i Ramones oggi sono gruppi estremamente popolari. Perché Offspring e Green Day hanno fatto canzoni che in realtà erano pop. Mi piaceva il fatto di mettere a confronto culture che quando nacquero erano conflittuali e che poi hanno finito per incontrarsi».

Quanto c’è di lei in questo?

«Nella narrazione, nella sintesi, nell’ideazione complessiva, è chiaro che ci sia tutta la mia esperienza cinquantennale. Ma poi c’è un’altra cosa che per noi è importante: non vogliamo essere stretti in un angolo, identificati. Per questo il Medimex tocca tutti i generi: jazz, pop, rock, elettronica, world music, hip hop. Perché noi crediamo che il futuro stia nella contaminazione dei suoni. Se vuoi creare qualcosa di originale oggi non può che avvenire attraverso quella contaminazione».

Lei ha definito punk e pop due linguaggi democratici, provocatori, anti-elitari. Vale anche per il suo modo di guardare il mondo?

«Provocatorio non credo di esserlo mai stato. Però a volte mi sorprendo per quanto tendo a diversificare e a sorprendere. Forse nei gusti musicali sono un po’ snob, questo sì. Però non ho mai portato questo snobismo nel Medimex».

Taranto per anni è stata raccontata soprattutto attraverso il dolore industriale. Oggi arrivano persone da tutta Europa per un festival musicale. Quando ha capito che il Medimex poteva diventare una riscrittura sentimentale della città?

«Taranto era identificata con l’Ilva e con la morte. Ma io la conoscevo bene già dagli anni Settanta, avevo amici qui e sapevo che era una città bellissima. Abbiamo capito immediatamente che non potevamo mettere la polvere sotto il tappeto. L’Ilva era un problema enorme, qualcosa che dovrebbe far arrossire l’Europa prima ancora dell’Italia. Però Taranto non si poteva dare per persa. E allora il nostro racconto è stato immediatamente questo: esiste un problema, ma questo è un posto incredibile, con una storia culturale millenaria, la Magna Grecia. E credo che nel cambio di racconto della città, negli ultimi dieci anni, un piccolo ruolo lo abbiamo avuto».

Oggi la musica corre velocissima. Lei viene da una generazione che ha vissuto i negozi di dischi, l’attesa, il rito dell’ascolto. Sente di aver perso qualcosa?

«Continuo a usare gli strumenti che usavo allora. Certo, internet ha cambiato tutto. Lo vedo con i miei figli. Artisti che seguono continuamente per due anni all’improvviso diventano vecchi. Però esiste anche un’altra cosa: i miei figli hanno scoperto artisti che fanno parte della nostra storia. Per esempio Liam Gallagher al Medimex. E questa è la nostra missione: raccontare la storia della musica, così come i nostri genitori raccontavano qualcosa a noi».

Quest’anno ricordate Battiato, Miles Davis, Jeff Buckley, Stevie Wonder, Springsteen. Se potesse andare a cena con uno di loro, chi sceglierebbe?

«Jeff Buckley. La sua è una storia romantica. Un talento eccezionale, una vita tormentata. È quello del quale sappiamo meno ed è quello a cui farei più domande».

Tra tutti gli artisti incontrati in questi anni ce n’è uno che l’ha sorpresa?

«Jarvis Cocker. Sul palco era magnetico, ma mi colpì soprattutto fuori. Spiritoso, curioso. A un certo punto era lui che faceva domande a me. La sua intelligenza istintiva mi sorprese enormemente».

Patti Smith?

«Con Patti Smith dopo quindici minuti chiacchieravo come se fosse un’amica. A un certo punto, mentre parlavo con la sua agente, lei continuava a toccarmi la camicia perché voleva capirne il tessuto. È esattamente come la vedi sul palco».

St. Vincent?

«Su St. Vincent ho una ferita aperta. Quando ci siamo salutati, dopo i due bacetti tradizionali, lei stava andando verso un terzo. Io mi sono allontanato. E le ho detto: “No, noi ne diamo due”. Ho rifiutato un bacio di Saint Vincent. Credo che me lo porterò dietro per il resto della vita (ride, ndr)».

Tra le figure che fanno parte del festival, una presenza importante è quella di Stefano Senardi. Che cosa ha dato alla manifestazione?

«Stefano è stato determinante nella nascita del Medimex insieme a Ernesto Assante e Gino Castaldo. Trasferì l’industria musicale milanese a Bari, facendo diventare la Puglia un centro nevralgico. Stefano ha sensibilità umana, competenza artistica, capacità relazionale e idee. Virtù decisive. Negli anni abbiamo poi acquisito un’impronta sempre più pugliese, e di questo vado orgoglioso. Oggi il suo DNA organizzativo è made in Puglia, con professionalità che ci vengono invidiate in tutta Italia. Siamo nati sotto il claim “la musica è lavoro” e nel tempo siamo diventati un’eccellenza del lavoro culturale al Sud. E la cosa più bella è che, alla fine di ogni edizione, gli artisti fanno i complimenti all’organizzazione. E non mi riferisco al sottoscritto, ma a tutti gli operatori del Medimex».

Dopo anni passati a far salire gli altri sul palco: c’è una canzone che racconta Cesare Veronico?

«Una sola no. Ma posso dirle quella che mi ha emozionato più di tutte: Teardrop dei Massive Attack cantata dalla Fraser. Era un mio sogno dall’inizio portare al Medimex i Massive Attack con Elizabeth Fraser. Quando è successo mi è aumentato il battito cardiaco. E ancora oggi, quando la risento, succede la stessa cosa».