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Il bianco e nero di Irene Pucci racconta Taranto tra memoria industriale, tradizioni e identità

Immagini in bianco e nero e che evocano tradizioni, splendore, ricordi di vita e poi crepe, ferite e speranze; le fotografie dell’artista pugliese Irene Pucci scuotono le coscienze e rafforzano il sentimento di un’identità territoriale. E in questo caso, la terra raccontata è Taranto in tutta la sua meraviglia e forza. La mostra La capitale…
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Immagini in bianco e nero e che evocano tradizioni, splendore, ricordi di vita e poi crepe, ferite e speranze; le fotografie dell’artista pugliese Irene Pucci scuotono le coscienze e rafforzano il sentimento di un’identità territoriale. E in questo caso, la terra raccontata è Taranto in tutta la sua meraviglia e forza.

La mostra La capitale rossoblù siderurgico, inaugurata domenica negli incantevoli spazi di Misia Arte in via Putignani, resterà visibile fino al 10 aprile. A presentare l’incontro dal titolo Taranto e spazio pubblico, insieme all’artista, anche Micaela Paparella, consigliera della città Metropolitana con delega alla valorizzazione della Pinacoteca Corrado Giaquinto, Isabella Battista, storica dell’arte e la scrittrice e curatrice Maria Teresa Salvati.

Dal libro alla mostra

«Questo impegno – ha precisato la Pucci – nasce dal libro fotografico Rossoblu siderurgico, pubblicato l’anno scorso e qui sono esposte alcune delle immagini del volume». Le origini della pittrice e fotografa «black and white» sono raccontante in ogni scatto, in una spontanea partecipazione emotiva e con uno sguardo che rimanda a nostalgie, legami del cuore ed eventi felici. «Il mio racconto autobiografico parla di un’infanzia e di un’adolescenza trascorsa in quella terra, lì dove per motivi di studio non sono più tornata se non per chiudere un cerchio, un doppio cerchio».

Taranto, incanto e sofferenza

«Nel 2020 mi sono ammalata di una patologia ambientale e l’ho elaborata attraverso l’arte, nella sua bellezza». Nelle foto di Irene non c’è denuncia, c’è la realtà vera, come quella che vien fuori dall’immagine potente e che recita: L’Ilva ha ucciso mia madre, una frase scritta su tanti muri della città e che porta l’artista indietro nel tempo. «Ricordo che a mio nonno, dipendente dello stabilimento, veniva consegnata una bottiglia di latte nella speranza che bevendo quel liquido bianco il corpo si depurasse». Irene coglie, osserva, si emoziona e mette nero su bianco. «È una città meravigliosa e che patisce tanto, che scorre tra bellezza e crudeltà».

Nei fermo immagine che ricordano gli anni verdi della Pucci, in un microcosmo che gira intorno a baci, ansie, amici di sempre ed eventi culturali, si intrecciano anche le vite di chi abitava e abita nella città dei due mari, avvenimenti che coinvolgono la comunità. Uno su tutti, l’opera di Piazza Fontana, di Nicola Carrino, inaugurata tra il 1983 e il 1992; un progetto di arte concettuale urbana che integra acciaio e resti della vecchia fontana, in un dialogo tra modernità e memoria del territorio. Oggi è al centro di un acceso dibattito per la riqualificazione e salvaguardia del suo valore e la foto di Irene solleva riflessioni e riporta l’attenzione sul tema dell’arte pubblica. «Da ragazza, quando passavo ogni giorno davanti a quella creazione, la guardavo con occhi stupiti e non avevo piena consapevolezza di quella scultura. Oggi, grazie ai miei studi nell’ambito dell’arte, posso capirla davvero».

Le tradizioni religiose

La cifra con la quale si esprime è un bianco nero che sa di vita e di morte, di simboli religiosi con foto di processioni, piedi scalzi, santi nelle icone e volti coperti per «diventare graditi a Dio». Il suo lavoro diventa così anche la fotografia di una società, della sua identità più profonda. «È un’esperienza lavorativa – ha concluso – che nasce come una rinascita; un ritorno ai luoghi per raccontarli». Un omaggio ad una terra che vive su due specchi d’acqua, tra resilienza e speranza.

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