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Guida statale per l’ex Ilva? Bisognerà aspettare

Si fa sempre più complicato il rispetto della scadenza di maggio per il secondo aumento di capitale dell’ex Ilva di Taranto. Mentre il costo dell’acciaio aumenta a livello mondiale e il blocco delle importazioni dalla Russia condiziona il mercato italiano, il futuro del più grande stabilimento d’Europa resta in bilico. L’Italia da Mosca importa ferroleghe,…
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Si fa sempre più complicato il rispetto della scadenza di maggio per il secondo aumento di capitale dell’ex Ilva di Taranto. Mentre il costo dell’acciaio aumenta a livello mondiale e il blocco delle importazioni dalla Russia condiziona il mercato italiano, il futuro del più grande stabilimento d’Europa resta in bilico.

L’Italia da Mosca importa ferroleghe, 2,2 milioni di tonnellate di ghisa e preridotto all’anno. Dall’ucraina, invece, arrivano 2,5 milioni di tonnellate di acciaio. Il preridotto, si ricorda, è indispensabile per l’utilizzo dei forni elettrici, uno dei quali, nei piani, dovrà essere realizzato a Taranto. Non è questo, però, il grande limite che in queste settimane annebbia il futuro della siderurgia italiana. L’accordo sottoscritto il 10 dicembre 2020, che sancì l’ingresso in Acciaierie d’Italia dello Stato tramite Invitalia al 50%, prevede il pagamento di 680 milioni da parte pubblica e 70 da parte del socio Arcelor Mittal tra due mesi.
A seguito di questo passaggio indispensabile, la fabbrica tornerebbe, dopo più di trent’anni, a guida statale. Tutto, però, è subordinato al verificarsi di alcune circostanze che non riguardano solo il reperimento delle risorse (il governo non ha ancora fatto chiarezza sul reperimento dei 680 milioni di euro). Quella che mette più in dubbio il rispetto della tempistica, aprendo al probabile rinvio di almeno un anno, è il dissequestro degli impianti.
Su questi ultimi pesa, inoltre, la richiesta di confisca avanzata dalla Corte d’assise nella sentenza di primo grado di “Ambiente Svenduto”. Per convincere la magistratura a dissequestrarli, è necessario come minimo il completamento degli interventi previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale. Ad oggi, la loro realizzazione è ferma all’88% degli interventi. Uno scoglio complicato da superare e che apre la strada a un rinvio che, necessariamente, andrà concordato con Arcelor Mittal.
Nell’accordo del 2020, d’altronde, è scritto chiaramente che in caso di mancato aumento di capitale e maggiore esposizione dello Stato, Acciaierie d’Italia non è tenuta a concludere l’acquisto dei rami d’azienda “e il capitale in essi investito verrebbe restituito”. La recente cartolarizzazione dei crediti attuata dall’azienda, affidata alla banca americana Morgan Stanley, ha portato in cassa 1,5 miliardi di euro che rappresentano una importante boccata d’ossigeno. In questo scenario di incertezza si colloca la nuova cassa integrazione richiesta due giorni fa dall’azienda per 3.000 unità (2.500 nello stabilimento di Taranto).
Una decisione inattesa per i sindacati, alla vigilia della ripartenza dell’acciaieria 1 e al richiamo in fabbrica dei lavoratori di quel reparto. L’azienda ha motivato la decisione adducendo al fatto che il limite di 6 milioni di tonnellate di produzione all’anno non è “sufficiente a garantire l’equilibrio e la sostenibilità finanziari degli oneri derivanti dalla attuale struttura dei costi”. Tale limite è imposto dalla Valutazione del danno sanitario effettuata da Asl, Arpa ed AReSS. Oltre questa soglia, dunque, secondo le agenzie ambientali e sanitarie e in base all’attuale stato degli impianti, non sarebbe garantito il “rischio sanitario minimo accettabile”. Sullo sfondo la guerra e la corsa per l’autonomia energetica e industriale dell’Italia e dell’Europa dall’est Europa.
Un appuntamento al quale lo stabilimento di Taranto arriva in piena incertezza sulla sostenibilità ambientale ed economica della propria produzione.

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