Pubblichiamo integralmente, di seguito, una lettera aperta di Cosimo Imperiale, tifoso della Ss Taranto 2025, in relazione alle ultime vicende del club rossoblù e alle «mancanze di rispetto» nei confronti della società.
Perché la giustizia diventa fulminea e inflessibile quando deve colpire la tifoseria… e diventa improvvisamente lenta, sfocata, “distratta” quando deve valutare i comportamenti di un tesserato davanti alle telecamere?
Perché questo è il nodo, ed è il nodo che fa male: la disparità di trattamento.
Da una parte, episodi avvenuti fuori dal campo producono referti, provvedimenti, chiusure, sanzioni pesanti. Dall’altra, un gesto plateale, inequivocabile, offensivo – compiuto da un allenatore, quindi da un tesserato, quindi da chi rappresenta il calcio – sembra diventare improvvisamente un dettaglio, una “tensione del momento”, una cosa su cui sorvolare.
Noi non chiediamo impunità per nessuno. Noi chiediamo coerenza.
Perché un allenatore non è un tifoso qualunque. È una figura pubblica, ha un ruolo educativo, ha un dovere.
Un allenatore dovrebbe essere la prima persona a tenere il livello alto, anche nella tensione, soprattutto nella tensione.
Se perde il controllo e offende platealmente davanti alle telecamere, non sta “sfogandosi”: sta lanciando un messaggio. E quel messaggio è veleno.
E allora diciamolo con chiarezza, perché qui non si tratta di simpatia o antipatia per un nome: un comportamento del genere merita una sanzione esemplare. Una squalifica lunga, fino a fine stagione, perché chi rappresenta il calcio non può sentirsi autorizzato a fare ciò che viene condannato – giustamente – quando avviene sugli spalti.
Il punto non è “punire di più”. Il punto è punire giusto.
- Se la responsabilità è individuale, la pena non può diventare collettiva.
- Se il gesto è pubblico e ripreso, non può diventare “invisibile”.
- Se il rispetto è una regola, non può valere a corrente alternata.
E invece oggi sembra valere così: se sbaglia la piazza, paga la piazza intera. Se sbaglia un tesserato, si cerca la scappatoia delle parole: tensione, nervosismo, episodio. No. Non più.
Perché Taranto, oltre al dolore sportivo, vive da tempo anche un’altra frustrazione: sentirsi spesso limitata, compressa, penalizzata. Trasferte negate, restrizioni, diffidenze preventive, la sensazione di essere osservati più degli altri e tutelati meno degli altri. E quando a tutto questo aggiungi le porte chiuse, il messaggio diventa insopportabile: “Tu sei un problema. Anche quando sei risorsa”.
Ma Taranto non è un problema. Taranto è un patrimonio. È una piazza che riempie, che trascina, che dà senso a categorie che altrimenti sarebbero silenziose. Taranto porta passione, visibilità, economia, identità. E allora sì, lo diciamo senza paura: non potete pretendere lo stadio di Taranto piena quando fa comodo e poi chiuderle le porte quando conviene. Non potete usare la nostra presenza come valore e la nostra voce come fastidio.
Noi non vogliamo caos. Noi vogliamo giustizia. Quella vera, quella credibile. Quella che non si limita a punire “ciò che è più facile punire”, ma che abbia il coraggio di guardare tutto: ciò che avviene fuori e ciò che avviene dentro, ciò che fa il tifoso e ciò che fa il tesserato, ciò che urla la curva e ciò che comunica una panchina.
E quindi lo ripetiamo, perché deve rimbombare.
Porte chiuse: ma chi ha chiuso gli occhi?
Chi ha deciso che si può colpire un popolo intero per fatti avvenuti fuori dal campo, ed al tempo stesso minimizzare un’offesa pubblica in mondovisione locale? Chi stabilisce che la dignità dei tifosi valga meno della “tensione” di un professionista?
Domenica prossima ci tolgono lo stadio.
Ma non ci toglieranno la domanda, e non ci toglieranno la pretesa più semplice e più giusta: stesso metro per tutti.
Perché la credibilità di un campionato, di un comitato, di una giustizia sportiva, si misura così: non da quante porte chiudi, ma da quante volte hai il coraggio di non chiudere gli occhi.










