Rossella Brescia torna nella sua Puglia da protagonista. Oggi sarà la prima artista a salire sul palco dello stadio Iacovone per dare il via alla serata conclusiva dei Giochi del Mediterraneo di Taranto.
Per lei, nata a Martina Franca, non è soltanto un appuntamento professionale: è un ritorno alle radici. Vent’anni di radio, il cinema, il teatro, l’impegno civile e una carriera costruita senza rinunciare al legame con la sua terra.
Brescia, stasera sarà sul palco dei Giochi del Mediterraneo di Taranto. Quanto pesa, emotivamente, aprire una manifestazione internazionale proprio nella sua terra? E che significato hanno per Taranto questi Giochi?
«Ho l’adrenalina alle stelle. In questi giorni, insieme agli altri artisti, sono stata impegnata nelle prove e già entrare nello stadio Iacovone vuoto è stata una bellissima emozione. Se penso che questa sera sarà pieno di gente, mi vengono i brividi. Al di là dell’emozione personale, sento un profondo orgoglio per la mia terra. Sono felice che Taranto abbia ospitato i Giochi del Mediterraneo: è una grande opportunità di visibilità internazionale che questa città merita. E resterà un’importante eredità di strutture sportive per le future generazioni, come promette il motto di quest’anno: “Embrace the future”».
Nel 2026 festeggia vent’anni a «Tutti pazzi per RDS». Quando arrivò in radio era conosciuta soprattutto come ballerina e volto televisivo: quanto la radio le ha permesso di mostrare e scoprire parti nuove di sé?
«Sono vent’anni di radio, ma quasi non me ne sono accorta. Il tempo è passato velocemente, forse perché ogni giorno è diverso e ogni puntata porta una nuova emozione. Non ho mai pensato di adagiarmi su ciò che avevo conquistato. Anche dopo vent’anni cerchiamo di rinnovarci e restare attenti a quello che accade nel mondo. Mi sento sempre la stessa Rossella, ma con un bagaglio di esperienze più ricco. Quando sono arrivata in radio l’ho fatto in punta di piedi, portando con me la disciplina della danza e tutta l’umiltà possibile. Credo che la fiducia si conquisti con il tempo, il lavoro e la voglia di imparare, senza sgomitare né comportarsi come la prima della classe. La radio mi ha permesso di mostrare parti di me che il pubblico non conosceva e di scoprirne di nuove attraverso l’ironia, le imitazioni e i personaggi».
Negli ultimi anni ha scelto ruoli lontani dall’immagine leggera con cui il pubblico l’ha conosciuta: una madre disposta a tutto in «Jastimari», Teresa Manes ne «Il ragazzo dai pantaloni rosa». È stata una scelta precisa cercare personaggi più dolorosi?
«Amo mettermi alla prova. In questi anni la recitazione è diventata una delle mie passioni principali, alla quale dedico molto studio. Jastimari mi ha convinta fin dalla prima lettura. È una storia ambientata in un contesto pandemico, una condizione che purtroppo abbiamo vissuto. È stato difficile e affascinante recitare in una lingua antica come l’arbëreshë. Le riprese sulle Madonie sono state una vera fatica: faceva un freddo terribile e questo ha quasi accentuato la tensione horror della storia. Il ragazzo dai pantaloni rosa è stata un’esperienza diversa. Mi ha fatto toccare con mano il disagio delle vittime del bullismo, quel senso di sopraffazione che ti paralizza e ti isola. È una trappola, perché il modo per salvarsi è parlare, denunciare, raccontare questi fenomeni ai giovani e agli adulti per riuscire a disinnescarli».
Ha raccontato di aver comprato un trullo e di aver voluto conservarlo essenziale, quasi come lo avrebbe arredato sua nonna. Dopo tanti anni tra Roma, Milano e il mondo dello spettacolo, le radici pugliesi sono diventate ancora più importanti?
«Le radici pugliesi sono la mia salvezza, ciò che mi tiene con i piedi per terra. Porto sempre con me la mia terra: ovunque vada parlo di Martina Franca, del nostro mare, del cibo, delle bellezze che abbiamo. Mi piace volare, ma sento anche il bisogno di mantenere saldo il legame con il territorio. Volevo che diventasse qualcosa di concreto e destinato a durare per tutta la vita: per questo ho deciso di acquistare un piccolo trullo. Vorrei conservarlo rustico ed essenziale, simile a quelli che frequentavo da bambina, quando trascorrevo le estati da mia nonna. È un modo per custodire i ricordi dell’infanzia e continuare a sentirmi parte della mia terra».
Dal bullismo ai diritti delle donne, fino all’impegno con Amnesty International: negli ultimi anni ha legato sempre più spesso il suo nome a battaglie civili. Chi fa spettacolo ha anche il dovere di esporsi?
«Sono sempre stata molto sensibile all’impegno sociale. Da anni collaboro con diverse associazioni contro la violenza di genere e in più occasioni mi sono occupata del tema del femminicidio. Continuo inoltre a lavorare con Amnesty International Italia, che svolge un lavoro importante di ricerca, sensibilizzazione e tutela dei diritti umani. Non so se per chi fa spettacolo esporsi debba essere considerato un dovere. Credo però che la visibilità comporti una responsabilità e possa diventare uno strumento utile per richiamare l’attenzione su questioni importanti. L’impegno, naturalmente, deve essere sincero e tradursi in azioni concrete. Ogni volta che scelgo di sostenere queste cause lo faccio con convinzione».
