Il decreto della Corte d’Appello di Milano con cui si determina la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre può essere scongiurato? A questa remota possibilità si aggrappano le imprese dell’indotto, convocate ieri a Roma, ed è ciò che hanno messo sul tavolo nella sede del Mimit alla presenza del ministro del Made in Italy, Adolfo Urso.
Forse c’è uno spiraglio? Il consulente legale delle associazioni delle imprese avrebbe rilevato un vizio di extra petizione. Una possibilità che il Governo, tramite Urso, potrebbe affrontare ma l’ipotesi del ricorso in Cassazione potrebbe anche non portare a nulla. Se così fosse Taranto morirà, a sostenerlo all’unisono sono Fabio Greco (Confapi), Vincenzo Cesareo (Camera di Commercio), Salvatore Toma (Confindustria Taranto), Stefano Castronuovo (Casartigiani Puglia), Nicola Convertino (Aigi) e Fabio Paolillo (Confartigianato Taranto) presenti al tavolo romano.
La prospettiva
Tutti ugualmente preoccupati per quello che lo spegnimento dell’area a caldo potrà comportare sull’intero stabilimento e sul futuro occupazionale, produttivo ed economico della città. Una questione spinosa di cui non s’intravvede una rapida soluzione. Oltre all’ultima trance da erogare dei 390 milioni di euro che la commissione Europea ha autorizzato a liquidare non ci saranno più soldi da destinare all’ex Ilva, su questo il ministro Urso è stato chiaro e lo ha confermato nell’ottica della massima trasparenza dinnanzi alle rappresentanze dell’indotto. Soldi che il futuro acquirente dovrà restituire.
Scettica la deputata tarantina, Francesca Viggiano (Pd), che ha ribadito: «Il Governo non ha una linea chiara sul futuro dell’ex Ilva e sul futuro di Taranto. È grave che dopo anni di annunci non ci sia ancora un piano credibile capace di tenere insieme lavoro, ambiente e salute». Viggiano ha fatto anche riferimento alle risorse destinate alla transizione dello stabilimento «anche lo spostamento delle risorse da un ministero all’altro per la decarbonizzazione dimostra una preoccupante assenza di visione, con il rischio peraltro che vi sia un sostanziale disimpegno sullo stabilimento di Taranto».
