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Ex Ilva, oggi la decisione della Corte dei diritti dell’uomo. Italia già condannata per effetti inquinamento su salute

Oggi la Corte dei diritti dell'uomo si esprimerà sul secondo ricorso contro lo Stato italiano avviato nel 2017 relativo alle conseguenze pregiudizievoli sulla vita e la salute dei ricorrenti tarantini provocate dal grave e persistente inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque da parte del complesso siderurgico ex-Ilva. Si tratta di un secondo ricorso contro…
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Oggi la Corte dei diritti dell’uomo si esprimerà sul secondo ricorso contro lo Stato italiano avviato nel 2017 relativo alle conseguenze pregiudizievoli sulla vita e la salute dei ricorrenti tarantini provocate dal grave e persistente inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque da parte del complesso siderurgico ex-Ilva.

Si tratta di un secondo ricorso contro lo Stato italiano presentato dagli avvocati dello studio legale Saccucci di Roma, che già hanno rappresentato alcuni cittadini di Taranto ricorrenti nei precedenti ricorsi del 2013 e del 2015 che si sono conclusi con la sentenza del 24 gennaio 2019, divenuta definitiva il 24 giugno 2019, di condanna dello Stato per non aver protetto la salute della popolazione tarantina per la questione dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa.
«Con questo secondo ricorso abbiamo portato la Corte a conoscenza di tutti gli avvenimenti che si sono verificati dopo la sentenza del 2019 e abbiamo ribadito l’importanza che la Corte accerti anche la violazione dell’articolo 2 della convenzione europea dei diritti dell’uomo, per violazione del diritto alla vita, in quanto le conseguenze per lo Stato sarebbero diverse. Lo Stato, infatti, non potrebbe operare un bilanciamento tra la vita e gli interessi economici della nazione come accade laddove la violazione sia inquadrata sotto l’articolo 8, violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare», spiega Lina Ambrogi Melle, tra i principali promotori dell’iniziativa. «Per questo motivo abbiamo insistito per l’adozione di una sentenza pilota in cui la Corte individui le misure generali da adottare al fine di porre termine alle violazioni entro un arco temporale definito». Sono 130 circa i cittadini che hanno mandato alla Corte il “caso Taranto”, un ricorso di 41 pagine contro l’Italia per violazione dei diritti alla vita e alla salute legata all’inquinamento dell’Ilva.
Nel ricorso collettivo i tarantini firmatari ritenevano inaccettabile che a Taranto ci si continui ad ammalare e morire «a causa della scelta dello Stato italiano di fare continuare con nove leggi “salvaIlva” una produzione con impianti pericolosi che furono sequestrati senza facoltà d’uso dalla magistratura nel luglio 2012». L’Italia è finita sotto accusa anche per non aver informato adeguatamente i tarantini sulla gravità dell’inquinamento e le sue ripercussioni sulla salute prima che deflagrasse il caso giudiziario. La prima denuncia, invece, raccolta dall’associazione Legamjonici risale a luglio 2013, con 52 firme su un ricorso per violazione del diritto alla vita. I due ricorsi sono stati accorpati e trattati con urgenza della Corte. Tra i firmatari ci sono tante persone che hanno sofferto per tumori e malattie. «Alcuni di loro purtroppo ci hanno già lasciati» spiega la Ambrogi Melle. Nei documenti presentati col ricorso sono finite anche le perizie del processo “Ambiente svenduto”. Secondo le perizie del processo “Ambiente svenduto”, i danni causati al territorio dall’inquinamento dell’Ilva dureranno dai 25 ai 100 anni.

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