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Ex Ilva, i sindacati: «Reparti pericolosi e fallimento politico-sociale». Urso: «Date tutte le risorse»

Il ministro Tajani precisa: «Siamo al lavoro e speriamo bene». I sindacati sulle mancanze di sicurezza chiedono di fermare le attività

Ex Ilva, i sindacati: «Reparti pericolosi e fallimento politico-sociale». Urso: «Date tutte le risorse»

La crisi dell’ex Ilva di Taranto torna al centro del dibattito nazionale tra emergenze produttive, sicurezza sul lavoro e incertezze sul futuro industriale del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Nelle stesse ore in cui il movimento Giustizia per Taranto parla apertamente di «fallimento industriale, politico e sociale», le organizzazioni sindacali denunciano nuove criticità all’interno degli impianti e chiedono la sospensione immediata delle attività considerate a rischio per la salute dei lavoratori.

L’ennesimo campanello d’allarme arriva dalle Officine Centrali dello stabilimento, dove Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno segnalato gravi anomalie nelle aree dedicate alle operazioni di lavaggio e taglio nella zona Segmenti. Secondo quanto riportato nella comunicazione inviata alla direzione aziendale, una cappa di aspirazione risulterebbe non funzionante, con conseguente dispersione nell’ambiente di aerosol e micro-gocce che finirebbero per ricadere sui lavoratori presenti nell’area. Le sigle sindacali evidenziano inoltre l’assenza di informazioni chiare sul convogliamento delle acque reflue derivanti dalle lavorazioni e denunciano problematiche analoghe nelle attività di taglio svolte nella cosiddetta «Segmenti Prime Zone», dove l’inefficienza degli impianti di aspirazione determinerebbe la presenza di fumi non adeguatamente captati.

La richiesta è netta: fermare temporaneamente le attività interessate fino all’esecuzione delle necessarie verifiche tecniche e all’individuazione delle soluzioni necessarie per garantire condizioni di sicurezza adeguate. In assenza di risposte rapide da parte dell’azienda, i sindacati annunciano la possibilità di rivolgersi agli enti ispettivi competenti. Nelle ultime ore il movimento Giustizia per Taranto ha duramente criticato la gestione della vertenza, commentando le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso sulla fine delle risorse pubbliche disponibili per sostenere l’azienda. «Adesso tutti scoprono che i fondi stanno finendo», afferma il movimento, che accusa istituzioni e politica di avere alimentato negli anni aspettative prive di basi solide. Secondo gli attivisti, l’ex Ilva non sarebbe mai stata realmente salvata ma semplicemente trascinata attraverso continui rinvii, con costi sempre più elevati per la collettività. Da qui la richiesta di avviare un percorso di chiusura degli impianti e di riconversione economica del territorio, ritenuto l’unico strumento per garantire salute, occupazione e prospettive di sviluppo alternative.

Sul futuro della siderurgia italiana è intervenuto anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, presente ieri a Bari all’appuntamento internazionale «Obiettivo Export», ospitato negli spazi della Fiera del Levante. A margine dell’iniziativa dedicata all’internazionalizzazione delle imprese del Mezzogiorno, Tajani ha ribadito l’attenzione del Governo sul dossier Taranto, sottolineando tuttavia come la crisi dell’acciaio non riguardi esclusivamente lo stabilimento pugliese. «Dell’ex Ilva ce ne stiamo occupando – ha dichiarato –. Quella dell’acciaio è una questione che riguarda tutta l’Europa. Abbiamo adottato una serie di misure e mi auguro che si possa risolvere anche il problema dell’Ilva di Taranto». Sul tavolo restano infatti nodi cruciali: la continuità produttiva, le garanzie occupazionali per migliaia di addetti diretti e dell’indotto, la sostenibilità ambientale degli impianti e le risorse necessarie per accompagnare una transizione che appare sempre più complessa.

Mentre il ministro Urso precisa: «La Commissione europea ci ha autorizzato a un ultimo prestito che lo Stato può conferire. Questo prestito ha un ammontare complessivo di 390 milioni di euro, sono già state corrisposte le prime due tranche di 149 milioni, e poi pochi giorni fa, di altri 100 milioni, sempre con l’autorizzazione del Parlamento», ma oltre non si può fare.