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Ex Ilva e la sentenza di Milano, il ministro Urso: «Cambia tutto»

Dal prestito di 390 milioni concesso dal governo con la speranza che l’eventuale acquirente lo restituisca, ai lavori all’altoforno 4. È un terremoto che mette in discussione il futuro dell’intero gruppo ex Ilva e quindi della siderurgia tricolore, la sentenza del tribunale di Milano che ha disapplicato parte dell’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero…
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Dal prestito di 390 milioni concesso dal governo con la speranza che l’eventuale acquirente lo restituisca, ai lavori all’altoforno 4. È un terremoto che mette in discussione il futuro dell’intero gruppo ex Ilva e quindi della siderurgia tricolore, la sentenza del tribunale di Milano che ha disapplicato parte dell’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero dell’Ambiente. Alcune prescrizioni, secondo i giudici milanesi, vanno riscritte e potenziate entro il 24 agosto, altrimenti scatterà lo stop dell’area a caldo, il cuore produttivo della fabbrica.

«La sentenza cambia tutto, di fatto riscrive le regole del gioco, siamo certamente preoccupati, i commissari stanno valutando quale impatto possa avere, sia per quanto riguarda i negoziati in corso che si stanno finalizzando, sia per quanto riguarda la continuità produttiva e quindi occupazionale», ha detto ieri il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Le 54 pagine della sentenza sono state trasmesse ai commissari governativi che guidano l’ex Ilva e al fondo americano Flacks che sta trattando l’acquisto dell’azienda. C’è da capire se l’investitore, come in passato ha fatto Baku Steel, desisterà dall’acquisto degli asset o proseguirà le trattative.

Le conseguenze

Urso ha confermato che tratterà la delicata vertenza sia in Parlamento (l’audizione è già programmata) che con i sindacati, in un tavolo ad hoc a Palazzo Chigi, non ancora convocato. Resta inoltre da capire se, sotto il profilo di costi e tempi, le modifiche indicate dai magistrati alle prescrizioni ambientali possono essere realizzate dall’azienda nello stato in cui si trova e lavora in questo periodo, cioè con impianti ai minimi della produzione e gravi problemi di cassa.

C’è poi un altro punto cruciale: il prestito da 390 milioni, validato dalla Ue a inizio febbraio, immaginato per tenere in piedi gli impianti e traghettarli verso il nuovo proprietario. Se viene meno l’acquirente che può rimborsare il prestito, «non ci sono più nemmeno le condizioni per erogarlo e questo significa che lo stabilimento chiude nel giro di neanche un mese», avvisa Urso.

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