Ancora una settimana decisiva per l’Ilva. Mentre il governo concede una settimana agli indiani di Jindal per definire l’offerta avanzata per rilevare l’intero gruppo siderurgico, in fabbrica sono al lavoro gruppi di analisi della sicurezza composti da rappresentanti dell’azienda e sindacati. Intanto tra meno di un mese, il 22 aprile, si torna in aula a Milano per discutere i ricorsi presentati in Corte d’appello dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia ed anche dai tarantini che avevano innescato il procedimento, contro la sentenza del tribunale di Milano che ha disapplicato parte dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), la licenza di produzione dello stabilimento.
I giudici hanno stabilito che vanon riscritte in maniera più stringente, alcune norme del testo autorizzativo entro agosto, pena lo stop degli impianti. Provvedimento troppo severo, secondo gli amministratori di Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe decotte, troppo morbido secondo i ricorrenti (alcuni cittadini e l’associazione Genitori Tarantini), che invece chiedono di fermare subito la fabbrica, perché pericolosa per l’ambiente e la salute.
La trattativa
Rappresentanti del governo Meloni hanno incontrato Venkatesch Jindal, il figlio trentenne dell’imprenditore indiano Naveen, incaricato dal padre di seguire i dossier europei. A Jindal, è stata data dai commissari dell’Ilva una settimana in più per integrare il piano industriale e chiarire il profilo dell’offerta. I commissari sono inoltre in attesa di chiarimenti da parte dell’altro offerente, il fondo americano Flacks. Secondo quanto trapelato, le due proposte sono molto diverse: Flacks promette di occupare 8.500 persone e investire 5 miliardi ma finora non ha dato grandi garanzie finanziarie e patrimoniali. Jindal punta a occupare 4500 addetti utilizzando due altoforni a carbone, da sostituire entro il 2030 con un forno elettrico. La produzione, secondo i sindacati, rischia così di essere sbilanciata sull’area a freddo.









