Il nuovo terremoto giudiziario sull’ex Ilva e i recenti anni di gestione targata Lucia Morselli ed ArcelorMittal ha scoperchiato un vaso di Pandora con nuove pesantissime contestazioni di associazione per delinquere, inquinamento e disastro ambientale verso un presunto sistema di gestione spregiudicato, modellato su logiche di profitto a discapito della sicurezza ambientale e della salute pubblica.
Nel procedimento sono indagate 28 persone fisiche e 5 società (tra cui ArcelorMittal, Adi Holding in as, Adi SpA in as, Igq e Sogesa Consulting). Tra i nomi di spicco figurano Aditya Mittal (ceo di ArcelorMittal e considerato promotore del sodalizio), Lucia Morselli (amministratrice delegata e capo operativo del sistema), Franco Bernabè (presidente del Cda), Alessandro Labile (direttore di stabilimento), oltre a dirigenti d’area, funzionari ministeriali ed enti di certificazione.
L’emergenza al Tamburi
Dall’inchiesta emerge che a partire dalla fine del 2019 e con picchi particolarmente elevati tra il 2022 e il 2023, le centraline dentro allo stabilimento e nel quartiere Tamburi (via Machiavelli, scuola Deledda e via Orsini) hanno registrato un’impennata dei livelli di benzene, sostanza certamente cancerogena. Dalle carte emerge che il siderurgico ha cercato di addossare la responsabilità alla vicina Eni, ma in realtà era a causa della rete di distribuzione del gas coke nel siderurgico. L’abbandono manutentivo della rete, unito alla dismissione nel 2013 dell’impianto di de-naftalinaggio e all’aumento dell’uso di gas coke autoprodotto, ha esposto i 16mila abitanti del quartiere Tamburi e i lavoratori a un rischio oncologico ed ematologico ritenuti dai magistrati «inaccettabile».
Il collasso manutentivo
I rigidi ordini, impartiti secondo la procura da Morselli a tutta la catena di comando degli impianti, portano in poco tempo a una sequenza impressionante di incidenti e situazioni di pericolo quasi quotidiane, come lo stop improvviso dell’altoforno 4 il 7 gennaio 2023, definito tra i dirigenti intercettati: «un finimondo». Le perdite di materiale fuso vengono tappate con un sollevatore per evitare di coinvolgere i vigili del fuoco esterni facendo così scattare le procedure della normativa “Seveso” e l’allarme pubblico. È sempre Morselli a dire al direttore Labile di non rispondere a Bernabè (nominato presidente) al telefono, ma riferire tutto solo a lei. Minaccia licenziamenti di massa, ferma l’acquisto di ricambi necessari e taglia da 180 a 60 milioni i costi di manutenzione (del 2023).
In un’altra intercettazione, un ex direttore di stabilimento ammette che gli altoforni 1 e 2 «sono arrivati», e «ci possono lasciare nella merda da un momento all’altro», uno si sta distruggendo per le continue fermate, l’altro è vecchio. E mentre parla col direttore Labile, chiarisce che in quello stabilimento da un momento all’altro può succedere un disastro. «Siamo praticamente morti», commenta uno degli indagati, ignaro di essere intercettato, mentre parla di altoforni con seri problemi e ghisa di pessima qualità, ma l’ordine verso l’esterno è di minimizzare. Senza manutenzioni e ricambi, in quegli anni in fabbrica si registrano ripetuti deragliamenti di carri carichi di ghisa liquida a oltre 1.200 gradi, siviere di acciaio perforate con fuoriuscita di metallo liquido, materiali refrattari consumati.
